

CONVEGNO DI POETI SU VITTORIO SERENI
PALAZZO VERBANIA, Viale Dante, 6
Luino 25 – 26 maggio 1991
Programma
Sabato 25 maggio
- Ore 10.00 – Apertura del Convegno
- Ore 10.30 – Presiede Dante Isella
- Attilio Bertolucci – Qualche ricordo per Vittorio
- Gabriele Frasca – Il luogo della voce
- Ferruccio Benzoni – Vaucluse e dintorni
- Giovanni Raboni – Sereni a Milano
- Ore 15.30 – Presiede Alessandro Parronchi
- Piero Bigongiari – Asterischi variabili per V. Sereni
- Maurizio Cucchi – Oltre la linea lombarda
- Giorgio Orelli – Sereni e Char
- Giorgio Luzzi – Figurazione e defigurazione in “Frontiera”
- Andrea Zanzotto – Ricordo di V. Sereni
Domenica 26 maggio
- Ore 10.30 – Presiede Giovanni Raboni
- Alessandro Parronchi – Lettere dall’Algeria
- Roberto Carifi – Omaggio a Sereni
- Luciano Erba – Esteriorizzazione dell’assenza nella poesia di V. Sereni
- Giacomo Magrini – Sereni la sua poesia di movimento
- Ore 15.00 – Presiede Piero Bigongiari
- Giovanni Giudici – Testimonianza per V. Sereni
- Fernando Bandini – Sereni traduttore
- Cesare Viviani – La lusinga del mondo
- J. Charles Vegliante – Traduceva Char
- Mario Luzi – Immagini di V. Sereni
Di seguito si riporta l’intervento di Ferruccio Benzoni pubblicato in Per Vittorio Sereni, Atti del Convegno, Luino, 25-25 maggio 1991, a cura di Dante Isella, Milano, Scheiwiller, 1992, pp. 33-39.
VAUCLUSE E DINTORNI
di Ferruccio Benzoni
1.
C’è quasi sempre una coazione involontaria e rassicurante, una sottile ossessione, a ripeterne mentalmente – rammemorare, morta una persona amata e cara, episodi o schegge che abbiano segnato (ferito) e sia pure diversamente due vite; due destini allacciati irrimediabilmente da segreti enormi e indicibili per la loro vulnerabilissima pregnanza.
Insomma un filo di perdizione (un refrain) che può essere, perché no?, una canzonetta; o fissarsi in un oggetto, sembiante o smagliante rimordere, a mo’ di promessa e chagrin, come un viaggio, un colore…
2.
Quell’anno (fine estate ‘82) viaggiando alla volta del Vaucluse (come pegno, come ogni anno, per amicizia) a Vittorio i conti non tornavano. Stella variabile lo angustiava per un calo di tensione; con pensieri, chi può dire, se di calamità e catastrofe; certo di non dissimulata, potentissima inquietudine.
Sento che non scriverò più versi. Tra me e la realtà delle cose sensibili c’è uno iato; insomma: non «bolle»…
Ho in mente un libro di prose in cui includerò Ventisei e Sabato tedesco. Il titolo è pronto: La traversata di Milano. Già, per la prima volta ho un titolo e non un libro.
La sua Alfa Sud comunque guadagnava la Provenza e allumez vos lanternes, dentro i tunnel, nel buio dei tunnel, era un cicaleccio amatissimo e rinfrancante.
La Mondadori mi ha proposto un’edizione completa delle mie poesie. Va da sé che non amo molto titoli come Poesie, Tutte le poesie. Sto pensando a due titoli: Poesie Ricongiunte o Previsioni del Tempo. L’uno sa di cooperativa; l’altro di Bernacca. Mah. Non ho in mente altro.
Non tornavano i conti o piuttosto si trattava di un vezzo angosciosamente scaramantico? Tutt’e due le cose insieme, probabilmente.
Finalmente sbarcati in Francia, all’Isle sur la Sorgue, Hotel du Parc, parve rasserenarsi, Vittorio; giocare ai commilitoni; accompagnare a quei silenzi incolmabili rossori-canaille e contagiosi scoppi di risa. Arrendevolezza e fervori schiettamente giovanili.
3.
Finché il fighter non irruppe, malconcio ma deciso a finire in piedi il match; vincere, se mai, di rimessa.
4.
Vaucluse naturalmente è una topografia di rimandi petrarcheschi e chariani.
Adesso all’Isle c’è un Museo Char. René Char abitava a Les Busclats: un viottolo ove imbucarsi fino a raggiungere, in un gran verde rustico e sciroccato, una casina bianca.
Abitava là solo, o con Anne; con la sua gamba male in arnese. Attorno a casa fiori; e dentro fiori ancora, e un Giacometti, un Apollinaire…
Proprio sulla soglia del Musée: Sia ben chiaro che metterò piede qui dentro solo quando Char, e tutto ciò che gli appartiene saranno pietrificati dentro di me.
Non entrò. Non volle. Dovrei dire: girò i tacchi.
Uscito dal Museo lo vidi avvampare; fumare una sigaretta seduto sulla spalletta di un ponte: uno dei tanti che traversano l’Isle.
Ebbene c’era stato un alterco tra i due, un fortunale, attizzato inopinatamente da Char. Con un Vittorio allibito e dolentissimo. Lordo di guerra come il fantaccino di Venasque.
Nacque di lì Infatuazioni, poème en prose strutturato, nota Fortini, a guisa di sonetto…
5.
Me lo consegnò con quel suo modo ruvido e definitivo a Bocca di Magra, destinato alla rivista «Sul porto».
Parlo dei primi di gennaio dell’83. Vittorio era là per una mostra-presentazione dedicata a Cascella. Lo batté a casa dei Biso.
Con questo intendo concludere Gli immediati dintorni.
Ne era certo; come risollevato da un peso, liberatosi da un groppo.
Non che stesse male, o si lamentasse di un malanno.
Era (se possibile) più contrariato del solito. Solo un mese e mezzo prima, a Bologna, in occasione del “Gatti”: Voglio dire una cosa – proruppe – il prossimo anno, Char o non Char, saremo liberi di scorazzare in Vaucluse.
6.
In Vaucluse non siamo più tornati. Nel mentre è morto Char. È probabile, chi sa, ci ricordi il gestore del Cafè du Commerce a Le Thor. Perché andavamo là a bere qualcosa e ricordare ridendo (dico di Vittorio) Giansiro Ferrata che definiva «ottimo nella sua nequizia» non so più quale liquore francese. Il Suze?
E in Vaucluse riapparve Vittorio (ce la fece scoprire), per precisione a Gordes, Greta Garbo.
7.
Torno a Luino invece. La prima volta fu una felicità. Vittorio collaborava a «La Rotonda», Almanacco Luinese. Parlava di Binda, Vittorio, e rideva con i suoi denti di nicotina di guerra. Alfredo Binda da Cittiglio.
Facemmo le ore piccole al Camin.
Quando vi ritornai era un febbraio. Rividi Orelli (l’avevo perduto di vista a Cesenatico) con indosso un loden blu. E Raboni, rattrappito, bianca la barba mimetizzata tra neve e lapidi. E altri amici naturalmente.
L’idea malsana (lo sgomento) era quello di vedere defunto un poeta che agognava l’Europa quando il telefono altro non era che una ridicola conchiglia appesa al muro.
8.
Ci si sveglia vecchi, con una cangiante ombra sul capo…
In realtà non ce la fece mai a invecchiare o realmente a morire (tempo dieci anni nemmeno…) lasciando, come dire?, tracce dietro di sé di deflagrante mestizia, eccentricità, querula gloria per sopralluoghi postumi e mondanissimi.
La sua verità batteva altrove, cauterizzata; per farfalle e per baratri, per l’appunto, con una incosciente coerenza, e ostinatissima rivisitando sfaceli minimi.
Forse non glielo dissi. Probabilmente ero tra quelli che consideravano la prima (fuori commercio) edizione di Stella variabile con la prosa Ventisei, più sereniana, guardinga e trincerata rispetto alla definitiva. Non parlo di maggiore o minore qualità: più sereniana, dico. Del resto era opinione di critici attrezzati e a lui cari. Però; però…
Anni dopo, dieci anni dopo, devo definitivamente ricredermi con più consapevole malizia e districandomi tra le tagliole sagaci di quei versi sghembi oracolari o egizi, supremamente allusivi.
Ma questo non è mio compito qui illustrare.
9.
La morte di Sereni ci ha lasciati assiderati. Eppure, sommamente dolorosa, né ingiusta né intempestiva la sua scomparsa; il suo foglio bianco. Tanti poeti sorrideranno (inorriditi o no) di tempeste in un bicchiere d’acqua. Vuote le case delabrées sotto la pioggia un settembre. D’altra parte, ciarlanti e ancora ciarlanti, sei ne sfilavano sei, sulla porta della Galleria Apollinaire fiammeggiando Ungaretti.




