Di seguito si riportano due interviste a Ferruccio Benzoni

Da A casa dei poeti. Conversazioni con Ferruccio Benzoni, Piero Bigongiari, Gesualdo Bufalino, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Franco Loi, Mario Luzi, Roberto Mussapi, Michele Ranchetti, Paolo Ruffilli, Giovanni Testori, Jean-Charles Vegliante, a cura di Davide Rondoni. Rimini, Guaraldi, Nuova Compagnia Editrice, 1992.
Ferruccio Benzoni, a cura di Fulvio Panzeri [pp. 11-17]
Una domanda semplice: cosa vuol dire per te fare poesia?
Mi ricordo quello che ha detto Montale nel discorso per il Novecento e cioè che la poesia è inutile, ma tutto sommato, non fa male a nessuno. Per me vale lo stesso discorso. È chiaro che magari dietro a questa battuta ci possono essere ideali terribili, profondi con dentro tutto un tumulto sensibile di cose. È difficile da dire. Potrei raccontarti di come ho accostato la poesia…
Mi sembra molto interessante considerata la tua esperienza con la rivista “Sul porto”…
Il significato profondo di “Sul porto” è stato proprio l’essere nato con degli intendimenti non solo letterari, ma anche politici, sopra i quali c’era soprattutto il desiderio di un gruppo di giovani di vedere i poeti, di accostarli, di stare con loro, di viverli. Certo, in quel periodo scrivevo versi, ma non è che fosse per me poi così importante. Lo era, ma desideravo di più il rapporto di gruppo, di amicizia che si era instaurato tra noi che facevamo questa rivista e che ci portava a voler incontrare la poesia attraverso le persone che la vivevano, per imparare da loro. Vorrei anche aggiungere una cosa: questo desiderio di accostare i poeti non costituiva per noi l’occasione di crearci una ristretta casta. Lo volevamo per amore, rendendo merito alla vita dei poeti che poi nella quotidianità si rivelavano a noi nella loro essenza più vera, anche nelle loro debolezze. Mi ricordo un Pier Paolo Pasolini molto tragico anche perché l’ho conosciuto negli ultimi anni della sua vita e poi uno straordinario incontro con Sandro Penna.
Dicevi di Pasolini. Qual è l’immagine che ti è rimasta di lui?
È stato uno dei primi che ha parlato della nostra esperienza, su Tempo illustrato, lamentando nella nostra rivista un linguaggio per lui vagamente post-sessantottino e terroristico. Trovava però in quelle pagine dei poeti che vivevano una poesia di tipo ormai desueto. Lui era in netta polemica con la neoavanguardia del Gruppo ’63, per intenderci e nella rivista Sul porto trovava una poesia che era contro le avanguardie e questo lo “consolava”.
Di Pier Paolo ricordo innanzitutto quello che ci disse la prima volta che lo incontrammo. Avevamo avuto appuntamento con lui tramite Attilio Bertolucci. Mangiavamo da Corsetti a Roma e tra noi c’era Stefano che aveva i capelli particolarmente lunghi e biondi. Così ci chiese: «Perché non vi tagliate i capelli?». Non sapevamo ancora della polemica che lui poi avrebbe portato avanti sul “Corriere della Sera”.
In lui ricordo un viso tragico e triste, con la montatura degli occhiali di tartaruga e le lenti scure e ogni tanto come un sorriso e un ghigno si allargavano sulla sua faccia.
L’ho visto anche sul set, mentre dirigeva Salò. Ripeteva le scene con una gentilezza e una dolcezza straordinari. Poi, a un certo punto, dopo la mezzanotte, scompariva. Aveva la sua vita notturna, quella stessa che poi l’ha portato alla morte.
Ho ripensato a lungo agli ultimi anni della sua vita, a quando, lo incontravo. Era il periodo in cui era al massimo della fama, della gloria, tanto che i giornali uscivano con grandi titoli come per esempio “Pasolini e la Callas…” ecc. Ho avuto anche la sensazione però che la sua esperienza e la sua vita fossero avviate a una tragedia e che lui lo sapesse. C’era quindi in lui una sorta di ineluttabilità o forse anche di morte annunciata e ricercata. Sarebbe diventato un altro Leopardi, se fosse vissuto ancora in Friuli. In quegli ultimi anni, invece, il vero Pasolini, il Pasolini poeta probabilmente era morto in lui e lui lo sapeva benissimo. Quando una volta gli avevo detto: «Tu, in fondo, sei stato il più grande…», lui aveva risposto: «Io mi illudevo. Adesso la poesia non mi interessa più. Scrivo su commissione.»
Può darsi che il sentimento poetico gli si fosse inaridito. Forse il cinema, la vita mondana che faceva. Sta di fatto che anche l’ultima raccolta che aveva scritto Trasumanar e organizzar comprendeva poesie provocatorie, ricche di motivi politici in fieri, alle quali però mancava la grazia, quella che sfolgorava nei versi friulani e che avrebbe continuato a vivere in lui se avesse potuto coltivare il suo grembo, nel senso di terra e di madre.
Hai parlato anche di un incontro con Sandro Penna…
Gli abbiamo telefonato dicendogli che eravamo amici di Bertolucci e di Pasolini e chiedendogli se poteva riceverci. Lui disse: «Fate presto a venire, perché sto morendo!». Noi ci avevamo creduto e ci eravamo precipitati a Roma dove viveva. Vedemmo così quella che poi sarebbe stata definita “la deliziosa casa”. Lo abbiamo trovato sporco, affamato, in preda a un delirio. era su una branda militare, tutto vestito, con alle dita due brillanti che aveva avuto in eredità dalla madre. C’era dell’urina per terra. Eppure nonostante questa sua condizione non ho notato in lui quel senso tragico che trovavo in Pasolini.
Sereni è stato il tuo “maestro”. Qual è la lezione che hai potuto trarre dalla sua vicinanza?
È difficile, per me, parlare di Vittorio. Non posso. Mentre con il trascorrere degli anni sono riuscito ad accettare la morte di Pier Paolo, quella di Sereni rappresenta uno strazio che vivo tuttora, anche scrivendo. È straordinario come poeta, da Gli strumenti umani a quel piccolo capolavoro che è Stella variabile. Era capace di fare una poesia pur solo orecchiando una musica jazz che arrivasse da un pergolato, con naturalezza, rifondendo quella stessa in una poesia meravigliosamente strutturata e durevole nel tempo.
Hai un legame molto forte anche con Franco Fortini. Ecco, che ruolo credi possa avere avuto in questi anni Ottanta, vissuti all’insegna del vuoto e della degradazione in tutti i sensi?
Fortini l’ho visto e lo vedo straordinariamente lucido, anzi lucidissimo. Trascorsa la disillusione degli anni Settanta, in questi anni Ottanta che sento, oltre all’insegna del vuoto, anche estremamente dolenti, lo trovo capace di un rancore e di uno sdegno necessari. A costo d’andare contro anche a certe convinzioni personali ha scelto d’essere sempre in lotta con se stesso, in prima persona, e poi naturalmente anche con la società.
E tu, come ti sei trovato di fronte a questa degradazione?
A mio modo, ho dovuto pagarne anch’io le conseguenze. Prima si parlava di “Sul porto” che era un gruppo di amici molto affiatati. Forse fu Fortini il primo a dire che saremmo finiti comunque, che questo vuoto ci avrebbe assorbito. come amici eravamo molto affiatati, vivevamo gomito a gomito. L’importante per noi non era prevalere come poeti, ma disegnare l’idea e il sentimento di un’amicizia che avrebbe dovuto durare per tutta la vita e invece non è durata. io sono qui, parlo con te e sono solo. Questo vuoto degli anni Ottanta ha finito per contaminare anche le nostre anime.
Quali credi siano le ragioni di questa disillusione?
Io mi chiedo se mai l’abbia vissuto veramente il sessantotto o tutto ciò di cui discutevamo in “Sul porto”. Come aria forse sì, o forse tutto è dipeso da un’aggregazione tra amici, entro la quale certe utopie servivano solo a dar voce a quella specie di ribellione, di anarchismo, di rabbia che avevo dentro di me. Forse per dar ragione a quello “spirito guerrier che entro mi rugge” di cui parla Foscolo e che fa da controcanto al pudore e alla ritrosia che mi ritrovo addosso.
Ti hai pubblicato pochissimo i tuoi versi. C’è intenzionalità in questo?
Basti vedere quanto ha pubblicato Sereni. Posso dire di aver sposato la sua causa e credo che sia anche questione di etica morale. non mi interessa avere tanti libri, ma essere sicuro del mio lavoro. Il darsi male, il protagonismo, quel narcisismo, oggi piuttosto in voga, del pubblicare a tutti i costi non mi piace. Preferisco avere un riconoscimento critico, uno studio, più che una pubblicazione. Ho pronto un nuovo volume che dovrebbe uscire da Scheiwiller. Il titolo dovrebbe essere Fedi nuziali, non sono però sicuro se sarà quello. Forse lo cambierò.
Parliamo un po’ della tua poesia. C’è in essa, continua, assillante, l’esperienza del dolore…
La dolorosità è parte della mia biografia. È stato terribile, per me, come figlio unico, perdere ancor giovane i genitori. Mia madre la ricorderò sempre con un tailleur azzurro, là dove è sepolta. Mi porto dentro il peso di una solitudine o di una desocialità, come direbbe Barthes, che non ha fatto altro che diventare sempre più acuta. Per salvarmi cerco soprattutto di essere lucido nei miei confronti nel momento in cui scrivo, cioè nel momento della catarsi, della resa dei conti.
E c’è anche una nostalgia profonda
È quella che mi deriva dal ricercare il senso di un’amicizia e di un’etica soprattutto nei rapporti con le persone. È un misto di collera e dolcezza e poi soprattutto del fatto di sentirsi, finalmente, arresi.
Vivi isolato, in una cittadina come Cesenatico lontana dai centri metropolitani, lontano dall’industria culturale. Come ti senti in questa tua relegazione?
Un mio caro amico mi dice sempre che io ho bisogno dei veleni giusti per scrivere, anche se dovrei avere una vita più tranquilla, meno ansiosa. Qui, a Cesenatico, si vive in un elisir un po’ strano, in cui si incontrano la pigrizia e una cert’aria di maledettismo, dove si possono incontrare le anime di Marino Moretti e di Rimbaud, i volti delle beghine di Brughes e un sentimento confortevole di comprensione. Apparentemente possono convivere le suore del convento a due passi da casa e tutte le meraviglie estive di quello che oggi chiamano divertimentificio. In inverno siamo in ventimila e in estate ci moltiplichiamo per dieci. Ciò non è a misura d’uomo. Questi sono i veleni. Si fa fatica in questo scentramento d’identità continuo.

Da Postumo a me stesso: Ferruccio Benzoni tra vita e poesia, a cura di Giovanni Raboni. Bologna, Patron, 2004.
Intervista a Ferruccio Benzoni, a cura di Gabriele Zani [pp. 163-166]
Quando conoscesti Vittorio Sereni?
Quando ancora frequentavo il liceo, a metà degli anni Sessanta, mi fu dato l’incarico di fare un tema sull’Europa, perché scrivevo bene in italiano. Io citai Sereni: «Europa Europa…». In quei momenti esistevano i Beatles, il suicidio di Cesare Pavese, e poi per me la meteora atroce di Pier Paolo Pasolini. Quei versi di Sereni io li sentivo profondamente. Cominciai a conoscerlo da allora.
Poi siete diventati amici. che uomo era?
Timido, intransigente, ossessionato, di nostalgie e rossori da liceale o ex commilitone. Ricorderò per sempre la sua inquietudine, la sua scontrosa affabilità. E i silenzi, quei silenzi!… I suoi «sentimenti di colpa» nei riguardi della storia. Voglio qui pubblicamente alludere al suo sodalizio con René Char di cui è stato il maggior traduttore. René Char, il grande poeta soprannominato Capitaine Alexandre durante la Resistenza francese. Ecc. ecc…
A proposito di Char e del Vaucluse: so che tu e Sereni ci siete stati insieme e, penso, i ricordi che conservi saranno molti. Puoi rivelarcene uno?
L’appuntamento era «sul finire dell’estate» (cito Sereni). Per tre anni consecutivi (’80, ’81, ’82) sul finire dell’estate si andava in Vaucluse. era una specie di patto d’amicizia, di tacita intesa. In Vaucluse tramite Vittorio ho conosciuto Char, ma, quale ricordo?… ad esempio che a Gordes ravvisammo in una turista tedesca, anzi, Vittorio ravvisò, nientemeno che Greta Garbo; seduti a un caffè stemmo in silenzio per un’ora ad adorarla, e lui, di tanto in tanto, interrompendo il silenzio, parlava della Greta cinematografica e di come quella sua generazione di poeti ne fosse folgorata, ad esempio il suo coetaneo Attilio Bertolucci.
Sei stato anche in altri posti con Sereni? Vi vedevate di frequente?
Sì, ho visitato insieme a lui alcune città mito della sua vita e della sua poesia. Luino dove è nato. Milano dove abitava. Bocca di Magra (vedi Un posto di vacanza) tuttora abitata da Franco Fortini e un tempo da Elio Vittorini e, come si diceva prima, la Valchiusa, che egli aveva interiorizzato con felicità, Char o non Char. Perché Sereni era una persona fedele (la sua poesia lo rispecchia) ai luoghi e ai nomi. Non sono mai stato con lui in Egitto, altro luogo deputato, altro topos della sua vita e della sua poetica.
È nota la passione di Sereni per il football. ne parlavate mai?
Sì, molto spesso. era anche un modo per (al di là delle sue ritrosie) liberarci dai nostri lunghi silenzi. Tifava spudoratamente Inter e, guarda caso, abitava in via Paravia (quartiere San Siro) che è a pochi passi dallo stadio. Insieme abbiamo assistito ad alcune partite. Era un tifoso non per snob (troppi letterati ciarlano di calcio), ma passionale, enfatico, estremamente fazioso. Il suo amore per il calcio mutuato anche da quelle partite improvvisate tra prigionieri durante il periodo di prigionia. Ripenso Gli immediati dintorni.
Ungaretti, Saba, Montale, Bertolucci, Char, Seferis, per dire solo alcune delle personalità ricordate da Sereni nei suoi scritti. Ne parlava mai?
Mi ha parlato di tutti i poeti che tu mi hai citato; anche di altri ma in modo, come dire?, guardingo. Una eccezione per tutte: Saba. Parlando di Saba e di aneddoti della vita di Saba quasi si commuoveva, ne parlava insieme con ilarità e struggimento. Sono certo l’ha amato molto.
Cosa pensava della sua poesia? E della tua?
Della sua poesia parlava di rado. non tanto per quel «silenzio creativo» di cui hanno discorso i critici. Quel «silenzio creativo» altro non era che la pagina bianca sospesa tra ineffabilità e desiderio di perfezione. Quel silenzio per me corrisponde (alludo a una sua poesia) al colpo micidiale del fighter che combattendo riesce a mettere a ko un ostacolo, un avversario e/o avversità. Di me pensava, e della mia poesia, a un Saba, ma non a quello di Parole e Ultime cose; piuttosto al Saba di Trieste e una donna. In una lettera mi accostò anche, «per quanto diversissimi tra loro», a un Gatto e a un Pasolini.
A quale poeta ti senti più vicino?
Credo, per esempio, a Camillo Sbarbaro. Semmai lui preferiva la tempera e io la spatola, per immediate accensioni.
Fortini, nella presentazione a Notizie dalla solitudine, parla per te di un linguaggio e uno stile «disseminato di citazioni cancellate ma leggibili ancora». È solo un fatto letterario? Non si può parlare anche di una matrice sentimentale?
È una bella domanda. io penso che letterariamente abbia ragione Fortini, perché come poeta mi sento di appartenere alla tradizione dei «maestri in ombra» (Sbarbaro, appunto) e, per dirla con Pasolini: «io sono una forza del passato…» Però c’è anche il momento sentimentale. Esiste una geografia interiore di nomi e di luoghi che vanno, vengono, ritornano come la marea nella risacca. Aisha, Ilse, la cagnetta Orazio, un tailleur azzurro che è irrimediabilmente mia madre; due stanghette in similoro che sono irreparabilmente mio padre; Sereni quando dico «È sepolto là sul lago l’amico»… Luoghi, fedeltà, mappe e appuntamenti. Quindi hai perfettamente ragione se alludi a citazioni sentimentali, che posso pure dissimulare, camuffare, ma non posso non estorcere dalle mie verità segrete.
Credi che la parola ispirazione abbia ancora un valore?
È una domanda maliziosa. Ebbene, ancorché desueta, probabilmente la cosiddetta ispirazione esiste. Certo varia da poeta a poeta. Ma forse che oggi non esistono i bioritmi, valutando le prestazioni di un calciatore con il gel sui capelli che proprio non ci azzecca? Probabilmente esistono poesie più vive nel senso che in sé contengono altre poesie, o riuscitissime poesie nate morte, splendide e sterili allo stesso tempo.
A mio avviso la tua poesia presenta zone oscure, zone che il lettore può riempire o meno…
Non credo. Credo invece che la mia poesia implichi una complicità, una familiarità, una dimestichezza. Sto pensando a una «autobiologia» (cito Giudici) probabilmente più spudorata e accorata.
Da diversi anni sei considerato uno dei poeti più significativi che abbiamo. Fortuna critica?
Fortuna critica; non tanto editoriale. Esistono dei poeti (miei coetanei) che pubblicano un libro ogni due anni, che si stroncano e recensiscono a vicenda. Non so come ci riescano. Io ho avuto dei maestri che mi hanno insegnato l’etica della pazienza. Ho avuto dei lettori-critici come Orelli, Raboni, Porta, Fortini, Mengaldo, Sereni e, ero più giovane, il nostro amico Renato Turci, Gatto e Pasolini. Lettori, come vedi, che possono avermi insegnato l’intransigente pazienza della poesia.
Se ti facessi una domanda sulla morte?
La morte è un po’, come dire? Una sorellastra di chi scrive. Gatto ha scritto «il vino dei poeti», ma a questo punto, non credi, potremmo stappare un’altra bottiglia…
Certo, ma non ho più domande. Vuoi formularmene una tu?
La donna che amo. Come vedi è qui al nostro tavolo. Non so per quanto, né per quale sortilegio.