- Pubblicato il 12 ottobre 2026
FERRUCCIO BENZONI (1949-1997)
“IL POETA SUL PORTO E LA COMUNE DEI RAGAZZI DI CESENATICO”
di Davide Argnani
Estate 1998. Una serata leggera e fresca, solo e pensieroso, per i fatti miei a camminare sul Porto di Leonardo, a Cesenatico. Osservando Casa Moretti, sul bivio del ponte dove da tempo troneggia il gran vaso a mosaico dello scultore-mosaicista Alan Gattamorta, cugino dell’amico poeta, me ne andavo lungo i bordi del canale pensando a Marino Moretti alla finestra di casa sua, a Dante Arfelli e al suo capolavoro I superfui, visto e conosciuto in tarda età, a Gino Montesanto, il sommo narratore di Cielo chiuso, quando un colpo improvviso di leggera brezza marina portò il mio pensiero all’amico poeta che non avrei mai più potuto incontrare sul lungo canale o nell’entroterra perché ormai era troppo tardi. Da quasi un anno Ferruccio era scomparso per sempre e non avrei dunque potuto più incontrarlo in carne e ossa e dilungarci nelle nostre conversazioni poetiche ed esistenziali. Ma la voce e le parole restavano vive e ben piantate sul filo della banchina. Ricordandone le comuni parlate (leggi conversazioni) e la voce gentile di una nostra comune e cara amica, Daniela Palmas di Cesena, la quale me ne aveva parlato spesso perché lo aveva conosciuto fin da ragazzino, dai tempi di scuola, sentii all’improvviso il sussurro ondulante della marina, delle piccole onde riparate dal buio della notte, e subito mi ritrovai in compagnia dei suoi versi. Così andai a ripescarlo con le mie povere parole ritrovate sul Porto di casa sua. A quell’ora tarda dal portocanale stavano già partendo, verso il mare aperto, i barconi dei pescatori. Allora mi fermai aspettando il poeta che non poteva ritornare e lo chiamai urlando le mie parole sperando di rivedermelo fra il guizzo delle luci sull’acqua del mare, proprio come quel suo sguardo vivo che ricordo ancora fresco fuoriuscire dalla fessura intrigante della finestra delle sue parole sempre luccicanti.
Ho conosciuto Ferruccio Benzoni verso la fine degli anni ‘70, grazie al comune amico poeta Renato Turci di Cesena, sommo studioso di Renato Serra e fondatore della rivista «Il lettore di provincia», che mi portò a Cesenatico, nella Biblioteca Comunale, una sera d’inverno, perché Benzoni Valeri e Simoncelli presentavano la loro rivista «Sul Porto» con interventi di Pier Paolo Pasolini e poesie di Alfonso Gatto, come mi sembra di ricordare dopo tanto tempo. Eravamo giovani e le nostre parole nuove. Anche se appartenenti a generazioni diverse (1939, l’anno della Guerra, il mio; 1949, l’anno prima del suicidio di Cesare Pavese, quello di Benzoni) ci si incontrava lungo parallele rive di impegno e di ricerca, di linguaggi e di versi.
A Ferruccio piaceva il suo Portocanale, leonardesco e morettiano, esistenzialista e antiretorico, dove ci si può sedere su panchine o binne ad ammirare pescherecci e barche colme di bocche vocianti di vecchi pescatori e di semplici turisti perdigiorno o di misteriosi viaggiatori. Ecco, Ferruccio posso ricordarlo come un avventuriero viaggiatore di parole sensibili e vere, nella piena di una solitudine colma di affetti e di rabbie e di passioni come in questa poesia (tratta da: Per Ferruccio Benzoni, studi e testi, Ed. Il Bradipo, Lugo 1995):
I MORTI AMICI
Ben presto verranno a sapere
(tu forse dimenticando…)
la solitudine cos’è se disarma
in un sopore d’animule.
Ma saranno mai soli, sapranno
mai cos’è una passione?
Dondola a un vento il canale,
e tu che ringhi
andrò via, me ne andrò
− lo so: non ci credono.
Qui sepolto ti vedono, solo,
con l’arroganza d’averci creduto.
- Pubblicato il 16 luglio 2026
RICORDANDO FERRUCCIO BENZONI
di Roberta Montavoci
Il nome di Ferruccio Benzoni mi riporta di colpo ai primi anni della mia carriera di Professoressa di Lettere, quando insegnavo al Liceo Scientifico Enzo Ferrari di Cesenatico. Con i miei ragazzi di seconda avevo iniziato il percorso di analisi del testo poetico previsto dai programmi ministeriali e avevo in mente di creare un’occasione meno istituzionale della lezione scolastica per farli avvicinare alla poesia e al lavoro del poeta. Le mie ricerche mi portarono a Ferruccio Benzoni.
Cesenatico, primavera del 1995
Ci incontrammo più volte prima del suo intervento a scuola: erano chiacchierate, le nostre, molto spontanee, nulla di tecnico; ci interessava condividere l’obiettivo da raggiungere, definire il minimo indispensabile prima di buttarci nell’impresa. Non ci eravamo mai incontrati prima, eppure mi stupì, da subito, il suo approccio diretto, amichevole, l’interesse per un’iniziativa che non aveva nulla di glorioso e comportava molte incognite. Seduti ai tavolini del bar Manzelli di Cesenatico, fra un gelato e una bibita, un intellettuale, che aveva al suo attivo parecchie pubblicazioni, meritevoli di riconoscimenti, regalava il suo tempo con generosità ad una giovane e sconosciuta insegnante che gli chiedeva di incontrare studenti quindicenni inesperti di letteratura e di poesia. Lo scambio di battute, il racconto di piccoli aneddoti, la postura sghemba sulla seggiola, il capo inclinato lateralmente, rivelavano la preferenza per lo scambio informale, abbattevano i ruoli ed aprivano un varco, uno spazio di condivisione.
Mi lasciò completamente libera nella scelta delle poesie da sottoporre ai ragazzi e io individuai una ventina di poesie fra quelle che ritenni più avvicinabili da parte degli alunni. Si trattava di un esperimento. I giovani lettori avrebbero affrontato le poesie da soli, non preparati dall’insegnante, armati delle abilità acquisite a scuola e della loro sensibilità, e avrebbero dialogato con il “poeta”. Inutile dire che i ragazzi si aspettavano che l’incontro con l’autore delle poesie potesse sciogliere i nodi, chiarire i dubbi nati durante la lettura dei testi, come fossero teoremi da risolvere.
Invece Benzoni spiazzò tutti evitando di rivelare l’intenzione originaria di chi aveva scritto e rilanciando le domande ai ragazzi: «Cosa ti fa venire in mente questo verso? Cosa suscita in te questa parola? Questo suono?». Benzoni non voleva far lezione, ergersi a modello, era interessato a scoprire quale effetto generavano i suoi versi, quali mondi si dischiudevano nei suoi lettori, non importava quanto digiuni di letteratura. Al contrario: forse proprio il fatto che i suoi interlocutori fossero privi di preconcetti, non inquinati dalla conoscenza di commenti più o meno autorevoli, li rendeva particolarmente interessanti per lui. Per questo li interpellava, li ascoltava con curiosità. Sì, li ascoltava parlare delle sue poesie e, inevitabilmente, anche di loro stessi, evidenziando che, nell’azione della lettura, autore e lettori si incontrano creando continuamente un’opera nuova, e inoltre che non esiste, o quasi, un’interpretazione errata di un testo, al massimo può essere poco fondata.
La libertà di un adulto di mettersi in gioco, la sua semplicità e la disponibilità all’ascolto, hanno regalato ai ragazzi una vera esperienza di laboratorio poetico. Ricordo lo sguardo sommessamente divertito di Ferruccio Benzoni mentre i ragazzi, un po’ impacciati, proponevano le loro interpretazioni, le visioni scaturite dalle sue poesie; ricordo la sua apertura, il suo stupore nell’apprendere le loro proposte, nell’accogliere le loro domande senza mai sottovalutare, sminuire le loro osservazioni. Sono state ore vissute intensamente dai ragazzi, da Benzoni e anche da me. L’impressione è stata che i testi siano divenuti terreno di incontro per persone molto diverse fra loro.
Un momento in particolare è rimasto indelebile nella mia memoria. Stavamo confrontandoci su una poesia che, ricordo, riportava la dedica “a Nicoletta”. Il testo, attraverso la suggestione di un gesto, di uno sguardo presentava il personaggio a cui era dedicata. Come un lampo improvviso riconobbi in quei tratti appena abbozzati l’immagine dell’attrice Nicoletta Braschi, originaria di Cesena, che avevo visto recentemente in alcuni film e, d’impulso, esclamai: «È Nicoletta Braschi!». Non dimenticherò mai lo sguardo trasecolato di Ferruccio Benzoni nel momento in cui mi diede conferma della mia intuizione. Ammise di essere sbigottito, perché non aveva mai rivelato chi evocasse quella poesia. Fu un momento magico, che mi valse l’appellativo “strega” e l’aggettivo “intuitiva” contenuti nelle due dediche che mi riservò Ferruccio (semplicemente così si firmò), a testimonianza dell’incontro avvenuto fra due individui nello spazio di una poesia.
