Inchiostri interrotti

Appunti e notizie dalle carte dell’Archivio…

Per i cinquant’anni dalla morte di Alfonso Gatto (17 luglio 1909 – 8 marzo 1976) uno scritto di Ferruccio Benzoni a lui dedicato.
[tratto dalla rivista «Sul porto», n. 8, aprile 1980]

 

 

  Sto lavorando ad alcune poesiole per la zia: quasi una plaquette buttata giù – devo dirlo – in pochi mesi a cavallo fra l’inverno 1978 e la primavera ’79. A posteriori è un esorcismo trepido contro la morte che ad aprile la sfiorò, uno dei mesi più freddi della mia vita di poi. Novembre è trascorso in bufere di acquivento (lacrime, prenosticherebbe lei… ) ma adesso un sole quieto mi sgela e ridà speranze e civetterie. Tengo sott’occhio, maliziosamente, una dedica: «alla zia di Ferruccio, il più vecchio dei suoi nipoti, Alfonso Gatto».

La mia musa è anche un po’… raffazzonata, zingaresca. L’ho mandata dove vivi tu, con tua zia, a scongiurare per incantesimi la mala sorte e la commare secca. La morte (sorride, sì, sorride) è il vino dei poeti ma non è giusto che offenda una resistenza tanto strenua e gentile. Quando qui avremo smesso di rappresentarci e sognare, andrò a riposare in uno di quegli alberghetti dove ogni notte immagino di morire. Tu corri diritto a casa e tieni chiuso l’uscio; non entri il freddo che la morte impermalita, delusa, vorrà provocare. Devi scommettere e vivere anche per proverbi, parabole, mandando a memoria nonsensi e filastrocche da fabulare filosofando, perché non ti sia accidioso il talento e l’amore. Va’ da tua zia e dove abitate, il vostro guscio sul porto, sia il mare della tranquillità. Quante volte nel dolore, con allegria, ho acceso sigari alle lune…

  Spesso mi capita di sognarlo e in genere è corrucciato, ispido. Gli occhi che socchiudeva a segno di perenne stanchezza come due poverazze (le sue arselle da aprire con le unghie, in un guizzo virile) hanno perduto forza e fascinazione. Quasi sempre si mostra sul punto di partire, il cappotto di cammello sbruciacchiato dalle sigarette, indifeso: cerca complicità e consenso per un viaggio che non gli va di fare. Sarà per la presenza a un dibattito – immagino – strappare un gettone e ritornare in luoghi a lui più cari. Milano, Venezia o il Sud, lavorando con le chine o seduto a un caffè, a aspettare niente che non sia una passione assoluta; una casuale repentina avvenenza. Chiede a me e a pochi amici di accompagnarlo, di non lasciarlo solo. Verrebbe da dire che è inquieto, schiacciato in un atelier semibuio, senza finestre, colori, acquerelli, cravatte sgargianti. Sento che non posso seguirlo ma non ho giustificazioni figliali e mi rattrista, sto male, così da destarmi bruscamente e tastare sonnambulo il comodino. A raccontare il sogno a mia zia e trarne cabale spicciole, direbbe semplicemente che mi sono rifiutato di morire: guai ad averlo accompagnato! E infatti se ne è andato, solitario in sogno, ciondolando a malincuore su quelle gambe troppo esili, sproporzionate al busto. Questa volta però è diverso. Mi sveglierò rasserenato fra breve in una casa con gli altarini truci, le memorie…

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