TESTIMONIANZE

Pubblicato il 16 luglio 2026

Ricordando Ferruccio Benzoni di Roberta Montavoci

Il nome di Ferruccio Benzoni mi riporta di colpo ai primi anni della mia carriera di Professoressa di Lettere, quando insegnavo al Liceo Scientifico Enzo Ferrari di Cesenatico. Con i miei ragazzi di seconda avevo iniziato il percorso di analisi del testo poetico previsto dai programmi ministeriali e avevo in mente di creare un’occasione meno istituzionale della lezione scolastica per farli avvicinare alla poesia e al lavoro del poeta. Le mie ricerche mi portarono a Ferruccio Benzoni.

Cesenatico, primavera del 1995

Ci incontrammo più volte prima del suo intervento a scuola: erano chiacchierate, le nostre, molto spontanee, nulla di tecnico; ci interessava condividere l’obiettivo da raggiungere, definire il minimo indispensabile prima di buttarci nell’impresa. Non ci eravamo mai incontrati prima, eppure mi stupì, da subito, il suo approccio diretto, amichevole, l’interesse per un’iniziativa che non aveva nulla di glorioso e comportava molte incognite. Seduti ai tavolini del bar Manzelli di Cesenatico, fra un gelato e una bibita, un intellettuale, che aveva al suo attivo parecchie pubblicazioni, meritevoli di riconoscimenti, regalava il suo tempo con generosità ad una giovane e sconosciuta insegnante che gli chiedeva di incontrare studenti quindicenni inesperti di letteratura e di poesia. Lo scambio di battute, il racconto di piccoli aneddoti, la postura sghemba sulla seggiola, il capo inclinato lateralmente, rivelavano la preferenza per lo scambio informale, abbattevano i ruoli ed aprivano un varco, uno spazio di condivisione.

Mi lasciò completamente libera nella scelta delle poesie da sottoporre ai ragazzi e io individuai una ventina di poesie fra quelle che ritenni più avvicinabili da parte degli alunni. Si trattava di un esperimento. I giovani lettori avrebbero affrontato le poesie da soli, non preparati dall’insegnante, armati delle abilità acquisite a scuola e della loro sensibilità, e avrebbero dialogato con il “poeta”. Inutile dire che i ragazzi si aspettavano che l’incontro con l’autore delle poesie potesse sciogliere i nodi, chiarire i dubbi nati durante la lettura dei testi, come fossero teoremi da risolvere.

Invece Benzoni spiazzò tutti evitando di rivelare l’intenzione originaria di chi aveva scritto e rilanciando le domande ai ragazzi: «Cosa ti fa venire in mente questo verso? Cosa suscita in te questa parola? Questo suono?». Benzoni non voleva far lezione, ergersi a modello, era interessato a scoprire quale effetto generavano i suoi versi, quali mondi si dischiudevano nei suoi lettori, non importava quanto digiuni di letteratura. Al contrario: forse proprio il fatto che i suoi interlocutori fossero privi di preconcetti, non inquinati dalla conoscenza di commenti più o meno autorevoli, li rendeva particolarmente interessanti per lui. Per questo li interpellava, li ascoltava con curiosità. Sì, li ascoltava parlare delle sue poesie e, inevitabilmente, anche di loro stessi, evidenziando che, nell’azione della lettura, autore e lettori si incontrano creando continuamente un’opera nuova, e inoltre che non esiste, o quasi, un’interpretazione errata di un testo, al massimo può essere poco fondata.

La libertà di un adulto di mettersi in gioco, la sua semplicità e la disponibilità all’ascolto, hanno regalato ai ragazzi una vera esperienza di laboratorio poetico. Ricordo lo sguardo sommessamente divertito di Ferruccio Benzoni mentre i ragazzi, un po’ impacciati, proponevano le loro interpretazioni, le visioni scaturite dalle sue poesie; ricordo la sua apertura, il suo stupore nell’apprendere le loro proposte, nell’accogliere le loro domande senza mai sottovalutare, sminuire le loro osservazioni. Sono state ore vissute intensamente dai ragazzi, da Benzoni e anche da me. L’impressione è stata che i testi siano divenuti terreno di incontro per persone molto diverse fra loro.

Un momento in particolare è rimasto indelebile nella mia memoria. Stavamo confrontandoci su una poesia che, ricordo, riportava la dedica “a Nicoletta”. Il testo, attraverso la suggestione di un gesto, di uno sguardo presentava il personaggio a cui era dedicata. Come un lampo improvviso riconobbi in quei tratti appena abbozzati l’immagine dell’attrice Nicoletta Braschi, originaria di Cesena, che avevo visto recentemente in alcuni film e, d’impulso, esclamai: «È Nicoletta Braschi!». Non dimenticherò mai lo sguardo trasecolato di Ferruccio Benzoni nel momento in cui mi diede conferma della mia intuizione. Ammise di essere sbigottito, perché non aveva mai rivelato chi evocasse quella poesia. Fu un momento magico, che mi valse l’appellativo “strega” e l’aggettivo “intuitiva” contenuti nelle due dediche che mi riservò Ferruccio (semplicemente così si firmò), a testimonianza dell’incontro avvenuto fra due individui nello spazio di una poesia.

 

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