Metropolitan Magazine 26 gennaio 2026
da un’intervista di Stella Grillo
INTERVISTA ALLA FAMIGLIA DI FERRUCCIO BENZONI
- Quanto è stata importante la poesia durante la vita trascorsa insieme a Ferruccio Benzoni?
Risponde la moglie Ilse Maier
Per lui la poesia era, come dire, la sua vita, due cose per lui assolutamente inscindibili. Quando lo conobbi ricordo che mi manifestò subito il suo interesse per la letteratura tedesca ed in particolare per la poesia di Rilke, Celan e Gottfried Benn. Nei suoi libri ricorrono spesso, a partire dalla raccolta “Fedi Nuziali”, parole in tedesco o richiami alle poesie degli autori da lui amati. Ferruccio non conosceva il tedesco quindi chiedeva a me la traduzione e soprattutto la pronuncia esatta delle parole, scegliendo una o l’altra in base al suono, alla musicalità, come lui stesso ha affermato in alcune interviste.
Scriveva i suoi testi esclusivamente con carta e penna, quindi io li trascrivevo al computer e poi continuava a lavorarci aggiungendo le sue correzioni manoscritte. Nel suo Archivio infatti sono presenti innumerevoli stesure manoscritte e dattiloscritte delle sue opere. Si tratta spesso di varianti ma abbiamo scoperto anche la presenza di tanti suoi scritti inediti.
Amava infine leggermi le sue poesie quando pensava di aver raggiunto la stesura definitiva.
- In molti componimenti di Ferruccio Benzoni ritorna, quasi aleggiando fra i versi, la figura della madre Giovanna scomparsa nel 1967. In Canzoniere infimo il termine “figlio” è riproposto più volte; lo stesso poeta scrive “un’ossessione di figlio”. Come viveva questa mancanza?
La madre certamente è stata una figura centrale nella sua vita e di conseguenza lo è nei suoi versi. Sono tante le poesie a lei dedicate fino alle poesie dell’ultima raccolta “Sguardo dalla finestra d’inverno”.
Ferruccio non parlava molto del suo passato, preferiva riviverlo e richiamarlo in un certo senso in poesia. Mi raccontò che, dopo la morte della madre, suo padre gli disse: “forse un giorno scrivendo tu parlerai di lei”.
- In una poesia dedicata al padre Benzoni scrive: “Lo slancio d’un volo ch’è finito, neanche con te troverebbe ali”. Che tipo di rapporto aveva il poeta con la figura paterna?
Nelle sue poesie il padre è sicuramente meno presente rispetto alla figura materna anche se nel libro “Numi di un lessico figliale” nasce con lui una sorta di “confronto”.
Con il padre aveva certamente un buon rapporto ma come lui stesso ha affermato in un’intervista:
“La morte di mio padre, la nostra malattia in comune, segnano non una distanza ma un gemellaggio, una eccessiva vicinanza”.
Queste sue parole credo riassumano perfettamente il legame che Ferruccio aveva con lui.
- In occasione dell’inaugurazione della ‘Passeggiata Ferruccio Benzoni’, come riporta Il Resto del Carlino del 9 luglio 2025 (È realtà la Passeggiata Ferruccio Benzoni). Lei è intervenuta asserendo: “Molti che lo hanno conosciuto, ricorderanno che Ferruccio era solito passeggiare sul molo di Cesenatico. Era un luogo da lui molto amato, soprattutto d’inverno, tempo del ricordo e dell’intimità […]”. Come mai amava particolarmente questo posto e quali erano gli altri luoghi amati dal poeta, se ce n’erano?
Quando abbiamo presentato la proposta di intitolazione all’Amministrazione comunale abbiamo pensato a questo luogo, al Molo di Cesenatico perché, come ricordavo, amava passeggiare qui specialmente d’inverno ed è un luogo che ricorre anche in qualche sua poesia. Sono immagini in bianco e nero, lontane dal frastuono e dalle luci della stagione estiva. Inoltre è un luogo dal quale si ha una bellissima vista sul mare aperto. L’inverno d’altronde era la stagione prediletta della poesia di Ferruccio, come è stato giustamente scritto in un saggio a lui dedicato. Anche altri luoghi di Cesenatico da lui evocati sono perlopiù racchiusi in un “desolato inverno”. Un altro luogo a lui molto caro era la casa dove è cresciuto in viale dei Mille che è anche il titolo di una sua poesia.
- Qual era il rapporto del poeta con colui che è stato suo Maestro, Vittorio Sereni e il suo legame con Franco Fortini?
Sereni è stato per lui maestro ed amico, quasi una figura paterna. Lo stimava non solo come poeta ma anche come persona e per affinità di carattere. Sin dall’adolescenza si era appassionato alla sua poesia. Abbiamo infatti ritrovato anche un tema risalente agli anni degli studi liceali in cui Ferruccio già scriveva di lui, della sua poetica. Non ho conosciuto personalmente Vittorio Sereni perché morì nel 1983, anno in cui conobbi Ferruccio. Era molto legato anche a Franco Fortini e la loro amicizia è continuata fino alla sua morte avvenuta nel 1994. Fortini è stato uno dei primi critici ad interessarsi alla rivista “Sul porto” di cui Ferruccio è stato uno dei fondatori. Inizialmente era quasi in soggezione nei suoi confronti poi il rapporto di amicizia crebbe insieme alla stima per la sua coerenza politica. Durante gli ultimi anni andavamo spesso a trovare Fortini e la moglie Ruth Leiser a Milano e ad Ameglia dove loro trascorrevano le estati. Il loro rapporto si fondava sulla reciproca stima e l’amicizia divenne col tempo sempre più profonda tanto che in una cartolina che Ferruccio scrisse ad un amico si legge: “da quando è morto Fortini mi sento molto più solo”.
- Nella poesia Jeux de massacre scrive: “Ah, io bevo e a mia madre so scippare dal suo fodero d’abete un po’ di vita ancora”. Come sono stati gli ultimi anni di vita di Ferruccio Benzoni e cosa pensava del futuro?
Negli ultimi anni sapeva di essere gravemente malato e riguardo al futuro era d’accordo con Pasolini che già negli anni Settanta parlava di omologazione. Aveva compreso che quello che aveva preannunciato si stava purtroppo avverando. La mancanza di valori e di ideali nelle giovani generazioni lo affliggeva, vedeva in loro una profonda tristezza e mi diceva spesso: “chissà cosa ne direbbe Pasolini oggi…”
Nella sua poesia, è quasi sempre il passato che riaffiora e prende vita. Ed infine, il fatto che abbia scritto l’ultima sua raccolta, quasi di getto, è la conferma della sua consapevolezza di aver ancora poco tempo per vivere ma soprattutto per comporre i suoi versi.
- Lei, Nadia Lazzarini, figlia di Ilse, ha un ricordo speciale legato a Ferruccio Benzoni?
Risponde Nadia Lazzarini
Un ricordo particolare è difficile per me da individuare. Potrei dire di averne tanti, alcuni con il passare del tempo sono ricordi un po’ sfumati, altri invece molto più chiari e distinti. Quello che sicuramente non potrò dimenticare è la sua voce, la lettura che faceva delle sue poesie e il timore che, ad un certo punto, mi venisse chiesto un parere. Ovviamente questo non succedeva, rendendosi conto che non avevo ancora gli strumenti necessari per esprimerne un’opinione. E di certo non l’avrebbe chiesta a me. Di poesia del resto ne parlava, a parte con mia madre, quasi esclusivamente con gli addetti ai lavori. Ogni tanto andavamo a passeggiare insieme per Cesenatico, specialmente d’inverno, e ricordo che amava molto ascoltare, magari anche il rumore delle foglie calpestate da una suola. In alcuni momenti era decisamente poco loquace ma non si preoccupava di coprire i silenzi, anche quelli erano importanti ma questo l’ho capito qualche anno dopo.
- Nelle sue memorie ricorda dei rituali particolari o dei gesti d’ispirazione poetica che Benzoni metteva in pratica prima di scrivere?
Ferruccio scriveva esclusivamente di notte in quanto soffriva d’insonnia. Credo di averlo visto scrivere soltanto quando rientravo a casa tardi la notte. Lo trovavo seduto al tavolo con carta e penna e una quantità indefinita di fogli sparsi o accartocciati per terra. Sceglieva appositamente quaderni a quadretti di una marca particolare perché avevano i fogli un po’ più spessi e da questi a volte strappava via le pagine che poi ricomponeva in base all’ordine che aveva stabilito per i suoi componimenti.
Ciò che mi stupiva era il fatto di non essere infastidito dalla mia presenza. Probabilmente quando scriveva era il momento in cui era più sereno. Quindi facevamo due chiacchiere e poi lo lasciavo al suo lavoro.
- Un’ultima domanda alla famiglia e ai cari amici del poeta: secondo voi l’ambiente culturale ha avuto, nel tempo, poca attenzione per la figura di un grande poeta come Ferruccio Benzoni che ha cantato la provincia e le intime emozioni di un’Italia che, probabilmente, oggi non esiste più?
Sicuramente, dopo la sua scomparsa, l’attenzione per la sua poesia si è affievolita ma è rimasta viva finché erano presenti critici e intellettuali come Giovanni Raboni, Fernando Bandini, Franco Fortini, Dante Isella ed editori come Giorgio Devoto e Vanni Scheiwiller. A questo proposito mi viene in mente una risposta che Ferruccio diede durante un’intervista riguardo alla sua “fortuna critica” e che qui riporto:
“Esistono dei poeti (miei coetanei) che pubblicano un libro ogni due anni, che si stroncano e recensiscono a vicenda. Non so come ci riescano. Io ho avuto dei maestri che mi hanno insegnato l’etica della pazienza. Ho avuto dei lettori-critici come Orelli, Raboni, Porta, Fortini, Mengaldo, Sereni e – ero più giovane -, il nostro amico Renato Turci, Gatto e Pasolini. Lettori, come vedi, che possono avermi insegnato l’intransigente pazienza della poesia”.
Di fronte a ciò che si vive oggi e a quello che sono diventati i “salotti letterari”, posso solo dire che è tutto molto faticoso, a volte scoraggiante. Credo comunque che la poesia di Ferruccio Benzoni continuerà, nonostante tutto, a risuonare in noi, ad essere letta ed apprezzata. Sono oltretutto convinta che sarà oggetto di molti studi futuri.
INTERVISTA AGLI AMICI ALESSANDRO CASAGRANDE E GIULIO AGOSTINI, COLLABORATORI DELLA RIVISTA “SUL PORTO” INSIEME AL POETA FERRUCCIO BENZONI
- Come nasce il vostro rapporto d’amicizia con il poeta Ferruccio Benzoni?
Risponde Alessandro Casagrande
Il primo ricordo che ho di Ferruccio è legato a un’estate di tanti anni fa. È sera – credo fosse l’inizio di giugno – e siamo seduti ai tavolini del Bar Garden, un bar del lungomare di Cesenatico con una grande vetrata e un bellissimo arredamento anni Cinquanta. Ferruccio ha in mano alcuni fogli e mi parla e io, pieno di apprensione e di imbarazzo, lo ascolto. A distanza di tanto tempo ricordo perfettamente il suo tono di voce cordiale, l’atteggiamento quasi paterno e i giudizi incoraggianti che mi rivolse quella sera.
Non so come fossi riuscito a fargli avere quelle poesiole, sicuramente immature e impacciate; Ferruccio aveva sei anni più di me – a quei tempi doveva essere poco più che ventenne – ma possedeva un carisma straordinario e ai miei occhi di ragazzino appariva come un poeta già affermato. Le sue parole quella sera mi regalarono una felicità che non ho più dimenticato.
Intanto il bar si riempiva e oltre la vetrata sfilava il passeggio dei turisti di quell’inizio estate di un secolo fa. Messi via i fogli con le poesiole parlammo di noi. Fu lì, a quel tavolino del Bar Garden, che nacque la nostra amicizia.
Risponde Giulio Agostini
Forse da una serata passata insieme a Stefano e Walter ad un tavolo. Era l’estate del ’70. Io di cinque anni più vecchio, impiego fisso con progetto matrimoniale, loro ventenni, studenti con i pugni in tasca che stringevano le loro poesie. Fu una serata che in qualche modo cambiò la mia vita. Mi ritrovai in loro compagnia come fossi un amico di vecchia data e non me ne sono più andato.
- Il poeta Attilio Bertolucci nel componimento ‘’Gli anni’’ scrive: ‘’ Il passo è quello lento e gaio della provincia.’’. Nel mondo letterario di Benzoni proprio la provincia diventa patria poetica, incastonando i versi in una sorta di delicata poesia domestica. Da dove originava questo desiderio di far cultura proprio in provincia?
Risponde Alessandro Casagrande
Sono convinto che Ferruccio non avrebbe potuto abitare in nessun altro posto che non fosse Cesenatico. Il suo rapporto con il paese, benché conflittuale e tormentato, era profondo. Ferruccio amava i lunghi inverni di Cesenatico, amava i viali deserti dove passeggiare in solitudine, la nebbia che scendeva quasi ogni sera, la neve (sì, perché una volta nevicava!), il freddo che faceva gelare i canali.
D’altra parte porsi in termini conflittuali nei confronti della realtà era nella sua natura di uomo e di poeta, eppure, suo malgrado, Ferruccio apparteneva a questo paese. Non ce lo vedevo a vivere in una grande città. Era un provinciale, un provinciale di genio naturalmente, e questi luoghi, in un certo senso, hanno contribuito a forgiare la sua poesia. Nel corso della sua vita Ferruccio ha sempre rivendicato orgogliosamente questa sua alterità rispetto ai grandi centri del potere culturale. Essere “provinciale” (come provocatoriamente sottolineato dalla rivista “Sul Porto”) era quindi una scelta intellettuale e poetica ben precisa per lui, ma anche io credo, una vocazione.
Risponde Giulio Agostini
Ferruccio, Stefano e Walter scrivevano versi, non passava settimana che non ci fosse almeno una serata dedicata alla lettura delle loro ultime composizioni. Era una verifica del lavoro svolto, c’erano critiche, suggerimenti, consigli e, a volte, i toni erano parecchio accesi. Si dicevano “fratellini” e ogni volta mettevano sul tavolo anche i loro componimenti e rapporti personali, tutto era discusso. Col tempo tutto questo ormai non bastava più, sentivano la necessità di un confronto più largo, l’esperienza di questa sorta di collettivo si pensò di portarla al pubblico. Così nasce la rivista “Sul Porto”, dal verbale di una prima seduta (al tavolo di un ristorante deserto).
- L’ardore per le lettere e i versi si sviluppa ulteriormente con la fondazione della rivista ‘’Sul Porto’’. Gli incontri con Giovanni Raboni, Sandro Penna, o con lo stesso Pier Paolo Pasolini, e tanti altri poeti del tempo cosa hanno rappresentato per quegli allora ragazzi appassionati ed entusiasti?
Risponde Alessandro Casagrande
La creazione della rivista “Sul Porto”, tra l’altro ispirata da mio padre, rappresentò per i poeti di Cesenatico una palestra fondamentale per la loro maturazione. Da quel momento ebbe inizio una sorta di pellegrinaggio (appassionato ed entusiasta, per l’appunto), con il quale si ripromettevano di conoscere personalmente i poeti da loro letti ed amati. Il primo fu Pier Paolo Pasolini, che aveva scritto della rivista “Sul Porto” su Tempo. Ma già avevano legato con Alfonso Gatto, invitandolo ripetutamente a Cesenatico. Li ricordo a casa mia, in sala, a notte fonda, intorno al tavolo rotondo, a preparare il primo numero della rivista, quello rosso, col lungo emblematico articolo su Dante Arfelli.
Poi vennero Franco Fortini, Giovanni Raboni, Roberto Roversi, Giovanni Giudici, Giorgio Caproni, conosciuto al Premio Gatti a Bologna, Attilio Bertolucci, Sandro Penna (memorabile il loro incontro) e infine il più importante di tutti, soprattutto per il legame con Ferruccio, Vittorio Sereni.
Risponde Giulio Agostini
Va da sé che più passava il tempo e la considerazione delle loro poesie, più cresceva il bisogno di conoscere i poeti che loro amavano di più. Così iniziarono le trasferte che li portarono nelle case di tutti i maggiori poeti facendo viaggi fino a Milano o Roma. Da quei viaggi tornavano pieni di entusiasmo, confortati nel loro lavoro. Iniziarono corrispondenze, qualche collaborazione e amicizie durature.
- Che rapporto aveva Ferruccio Benzoni con la solitudine e che cosa significava per lui fare poesia?
Risponde Alessandro Casagrande
Il rapporto di Ferruccio con la solitudine, io credo, era quello di un poeta che della solitudine ha assoluta necessità. Eppure Ferruccio amava stare insieme agli amici e condividere con loro lunghe passeggiate o serate intorno a un tavolo. C’erano periodi in cui rifuggiva dalla solitudine quasi con orrore, trascorrendo le sue giornate nei bar. Ma poi all’improvviso scompariva, si chiudeva in casa e sapevi che stava scrivendo e che non voleva essere disturbato.
Prima della malattia, durante l’estate, Ferruccio si ritirava in una sorta di esilio alla Vladimir Holan. Non era proprio un “poeta murato” ma poco ci mancava. La villetta in stile liberty con la dependance dove abitava e che d’estate affittava ai bagnanti, si trovava nella zona turistica della cittadina. Ma lui riusciva a evitare il caos allontanandosene solo di poche decine di metri: uscendo infatti in Viale dei Mille (uno dei lunghi viali paralleli al mare e leggermente arretrato) e svoltando a destra raggiungeva la trattoria Bologna, dove consumava i pasti. Adesso al suo posto c’è uno studio commercialistico (sic!).
A sinistra invece, appena un po’ più distante, c’era il bar d’angolo dove poteva fermarsi a bere qualcosa. E lì accanto la tabaccheria del suo amico Dino. Era tutto ciò che gli serviva. E questo per tutta l’estate. L’esilio si interrompeva solo quando Ilse, certe sere, passava a prenderlo in auto e andavano a cena insieme. Poi ritornato a casa era capace di scrivere tutta la notte.
Risponde Giulio Agostini
Di certo Ferruccio amava molto la compagnia. Aveva in questo senso molti crediti con la vita. Il gruppo della rivista è stato tenuto in piedi con maggior tenacia da lui, quasi fosse una compensazione alla solitudine familiare, unico argine alla disperazione. Mi ricordo quando lo accompagnavo a casa, la notte tardi, trovava mille scuse per rinviare il momento del commiato, il rientro alla casa della zia. Poi, col tempo, la solitudine è diventata una compagna, anche se non sempre gradita.
Ferruccio, io penso, si è sempre sentito poeta (ha partecipato fin da giovanissimo a concorsi di poesia), come dire, alla domanda “cosa farai da grande?”, lui avrebbe risposto “farò il poeta”. Era la sua ragione di vita, fino a soffrire quando il foglio restava bianco a lungo.
- Vittorio Sereni è stato il padre-poeta di Benzoni ma oltre alla poesia cosa avevano in comune i due poeti e che segni ha lasciato la morte di Sereni nella vita di Benzoni?
Risponde Alessandro Casagrande
È molto difficile spiegare il rapporto fra un grande poeta in odore di Nobel e un poeta giovane a cui il primo riconosce un indiscutibile talento. In realtà erano due persone molto diverse, unite da un amore incondizionato verso la poesia e quindi verso la vita. E amare la vita significava amare le donne, amare il calcio, gli innocui pettegolezzi, una passeggiata insieme, i viaggi, sedere ai tavolini di un “Cafè du Commerce” nel sud della Francia mangiando un panino, condividere tutto insomma. I viaggi con Sereni, a Luino, a Bocca di Magra e nel Vaucluse, erano soprattutto questo. La sua morte ha lasciato un vuoto incolmabile nella vita di Ferruccio: è stata la morte di un grande amico e insieme di un padre letterario pieno di affetto e di stima per lui.
Risponde Giulio Agostini
Sereni è stato il padre-poeta ma, personalmente credo lo sentisse più come fratello maggiore. Fra di loro c’era una complicità fatta di un linguaggio, di allusioni tutte loro. A Vittorio, Ferruccio chiedeva consigli e pareri, progettavano viaggi e incontri a Cesenatico. La sua scomparsa è stata un duro passaggio superato grazie anche a Ilse e ad un nuovo rapporto con Fortini.
- Dopo l’esperienza della rivista ‘’Sul Porto’’ conclusa nel 1983 e la morte di Vittorio Sereni la vita del poeta è stata segnata da ombre e dolori. In seguito avviene l’incontro e il matrimonio con l’amata moglie Ilse Maier. Come sono stati quegli anni per Benzoni e come è cambiato il suo modo di approcciarsi al mondo poetico?
Risponde Alessandro Casagrande
Gli anni che seguono la morte di Sereni e la fine della rivista “Sul Porto” sono anni di dolore e di solitudine per Ferruccio. Di lì a poco seguirà la rottura con Simoncelli per cui si ritroverà completamente solo. Ne uscirà tre anni dopo con un libricino dal titolo (come recita la sua biografia) emblematico: “Notizie dalla solitudine”. Resta però un isolato nel panorama letterario italiano: isolamento che però – per citare un altro suo grande amico Giovanni Raboni – se da un lato l’ha emarginato dall’altro ha senz’altro giovato alla qualità della sua poesia.
Dovranno trascorrere cinque anni perché con “Fedi nuziali” avvenga quella sorta di definitiva elaborazione del lutto per la perdita dell’amico fraterno. Il libro della maturità che Pier Vincenzo Mengaldo definirà “di un serenismo impressionante”.
Ferruccio a quel punto si è già sposato con Ilse Maier. Purtroppo si è manifestata la malattia. Sarà Ilse ad assisterlo e ad accudirlo negli anni seguenti, donandogli finalmente un po’ di serenità.
Se come Ferruccio scriveva “a folate” alternando alla scrittura lunghi periodi di silenzio, ora il suo lavoro è quotidiano. Ne sono conferma, oltre ai due libri che seguiranno di lì a poco “Numi di un lessico figliale” e quello che si può definire il suo testamento letterario “Sguardo dalla finestra d’inverno” pubblicato postumo, la gran messe di inediti raccolti con un lavoro straordinario da Nadia Lazzarini.
Risponde Giulio Agostini
Per Ferruccio è un passaggio della sua vita fra i più duri. Aveva trovato una sorta di equilibrio e ancora una volta tutto si rovesciava. Veramente il rapporto con Ilse è stato il porto dove trovare la quiete. Purtroppo dopo tutte le tempeste il sereno è stato troppo breve e chissà cosa avrebbe potuto regalarci ancora. Ci manca tanto.
- Un’ultima domanda alla famiglia amata e ai cari amici e collaboratori del poeta; Secondo voi l’ambiente culturale ha avuto, nel tempo, poca attenzione per la figura di un grande poeta come Ferruccio Benzoni che ha cantato la provincia e le intime emozioni di un’Italia che, probabilmente, oggi non esiste più?
Risponde Alessandro Casagrande
Per quanto riguarda l’ambiente culturale ufficiale, i cosiddetti “circoli letterari” è senz’altro vero: persi i grandi amici e maestri ed esiliato in vita, Ferruccio fu per lungo tempo dimenticato da morto. Ma solo da quei salotti letterari. In realtà sono continuati a uscire su di lui studi e pubblicazioni di grande qualità critica, articoli e Tesi di Laurea, a testimonianza che l’interesse per la sua poesia era tutt’altro che spento. Sue raccolte di poesia sono state pubblicate in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti. Chi lo desidera, grazie all’incessante e certosino lavoro di ricerca di Nadia Lazzarini, può trovare tutto questo online nell’Archivio digitale dell’Associazione Ferruccio Benzoni.
Insomma per concludere credo proprio che, a dispetto di quei circoli letterari, la poesia di Ferruccio Benzoni sia più che mai viva, e a distanza di tanti anni dalla morte il poeta continui ad essere letto ed amato.
Risponde Giulio Agostini
Ferruccio ha avuto la stima dei più grandi poeti italiani, anche se l’ambiente culturale poi non ha avuto la stessa attenzione. Conforta constatare quanti estimatori ancora lo amino.



