Il saggio di Daniele Piccini che qui si riporta è uscito in «Poesia», Mensile internazionale di cultura poetica, a. XXXIII, aprile 2020, n° 358, pp. 51-56.
Prima che fosse chiaro e conclamato quell’“impressionante serenismo” di cui ebbe a parlare Pier Vincenzo Mengaldo, la poesia di Ferruccio Benzoni (1949-1997) si è tenuta per un po’ in sospensione tra voci e modelli differenti, tutti appartenenti a un Novecento molto amato, messo a frutto e perlustrato con amorevolezza. Lo si comprende leggendo gli esordi in forma organica del poeta, che ora sono riuniti – nel volume complessivo Con la mia sete intatta. Tutte le poesie – nella porzione intitolata Canzoniere infimo e altri versi, che è il libro curato da Isella nel 2004. In esso rifluiscono infatti sia le poesie pubblicate nei “Quaderni della Fenice”, 64, del 1980, sia quelle appunto intitolate Canzoniere infimo, edite ne “L’Almanacco dello Specchio” del 1983. In questi primi testi, compaiono altre ombre e altre suggestioni oltre a Sereni: Pasolini, per esempio, certo Montale, Penna. Da subito invece si individuano alcune costanti dell’atteggiamento poetico di Benzoni, in particolare l’appoggiarsi a maestri e a modelli come a dei vitali e decisivi padri letterari. Benzoni non ha pudore né difficoltà a citare, alla lettera, le sue letture preferite, quasi facendo cominciare il proprio verso lì dove quello del poeta amato (può essere Pasolini, appunto) termina. Si tratta di un’attitudine “figliale”, come Benzoni dirà nel titolo del libro del 1995 (Numi di un lessico figliale, e si vedano in proposito le osservazioni di Massimo Raffaeli nella prefazione a Con la mia sete intatta, in riferimento alla condizione di orfanità del poeta), che è profondamente connaturata con la sua scelta di essere scrittore sulla traccia di altre scritture, quasi in un’opera di continuazione figliale-fraterna del dettato altrui.
Ed è per questa strada che Benzoni trova poi, conosciuto e frequentato Sereni quasi in funzione di altro padre, la sua voce più propria rifacendo continuamente e fiancheggiando la dizione del maestro-amico. È una sorta di paradosso: il poeta di Cesenatico, animatore con Stefano Simoncelli e Walter Valeri della rivista “Sul porto”, che in particolare con Sereni fu in amichevole dialogo (si ricordi Miei cari tutti quanti… Carteggio di Vittorio Sereni con Ferruccio Benzoni e gli amici di Cesenatico, a cura di Dante Isella, 2004), sembra cercare in un’altra voce la sua propria, attraverso un lavoro di immedesimazione e quasi di comune intonazione, rifacendo vera per sé e originalmente autentica l’esperienza del già detto da un altro. Non credo si tratti di modestia o di epigonismo, ma di un atto d’amore verso la poesia, riconosciuta in delle presenze amichevoli e appunto paterne, sentite come grandi, quasi rassicuranti nel loro proiettare ombre e nel suggerire spunti, fino al limite della prosecuzione e dell’ampliamento di una poesia già scritta. Così avviene in numerosi casi nella poesia matura di Benzoni, tra Notizie dalla solitudine, 1986, Fedi nuziali, 1991, il già citato Numi di un lessico figliale, 1995, fino al postumo Sguardo dalla finestra d’inverno, 1998. Presenze vive o ombre richiamate a un dialogo innestato sul silenzio e sull’assenza, questi poeti-maestri, consustanziali con il nuovo autore, tornano a parlare attraverso di lui e lui d’altra parte parla traversando la loro voce, come per un’opera in certa misura collaborativa, non senza transitare per la proiezione onirica. Il dato è eclatante, come certificato da Mengaldo, per quanto riguarda Sereni, ma fa parte di un più generale modo di concepire la propria scrittura da parte del poeta di Cesenatico, che anche con altri autori (Fortini, ad esempio) sembra immaginare lo spazio della propria scrittura come un aggirarsi nei dintorni dell’opera altrui, come un riedificarla e risentirla propria, naturalmente facendo così consistere la propria parola in una forma intimamente dialogica, anche quando di monologismo lirico o post-lirico si tratta.
Anche verso la traiettoria di Giovanni Raboni (che del resto seguì la carriera di Benzoni, dall’esordio nei “Quaderni della Fenice” all’accoglimento di Numi di un lessico figliale nella sua collana presso Marsilio) lo scrivente dimostra un rapporto di prossimità, nel suo caso più che altro per condivisione di temi, motivi, modalità: ad esempio una certa sottolineatura della propria incertitudine e una tendenza alla tenerezza ad oltranza (“l’ardua tenerezza” di cui parla Benzoni), oltre che per la condivisione di un tema anche sereniano (ma da Raboni piegato in altre direzioni) come quello del dialogo con gli scomparsi. Certo nei confronti dell’ultimo Raboni, quello più tenacemente abbarbicato alla ricostruzione della leggenda familiare, vige una sostanziale differenza, che riporta Benzoni più vicino al modello sereniano: vale a dire il rifiuto della forma chiusa, che diviene invece per Raboni, da un certo punto in poi, tutt’uno con la condensazione e la scoperta semantica della poesia.
E dunque, accenniamo brevemente al fenomeno del serenismo o se si vuole, per usare ancora un’espressione di Mengaldo, del transfert sereniano. Nel suo stare nei pressi dell’opera dell’amico-maestro, Benzoni sembra trattare come realtà proprie le proiezioni e le figure dell’altro, quasi echeggiandone e a volte propriamente riprendendone il discorso. Tanto che in più di un caso le poesie di Benzoni risultano sostanzialmente incomprensibili, almeno nel loro significato pieno, senza la conoscenza della filigrana di partenza, del testo di Sereni di volta in volta alluso e messo in trasparenza nella nuova composizione. Faccio almeno un esempio e cito, da Fedi nuziali, il testo intitolato “Quella rissa”. Esso non è in sé e per sé decifrabile, se non come rinvio a un celeberrimo luogo della poesia sereniana, la poesia “Un sogno” degli Strumenti umani, dove si immagina un ponte da passare e una lotta con una sorta di messo ideologico, che vorrebbe estorcere al poeta una dichiarazione di intenti, un programma. Il testo di Benzoni è, propriamente, una sorta di glossa o se si vuole di continuazione di quello sereniano, ad esempio e in specie quando dice: “Dei due che colluttavano sul ponte / (e uno non c’è più, manca, l’altro / ha bianchi i capelli…) / sarò io a cadere e insieme / un dissipato sogno”.
È ovvio che qui Benzoni sta parlando di quell’incontro, di quell’alterco o, come lui dice, di quella rissa, suggerendo però, di contro alla funzione più che altro allegorica del testo di partenza, di individuare nei suoi protagonisti delle identità storiche. Credo che non si andrà lontano dal vero immaginando che l’altro attore del testo, colui che sbarra la strada all’“io” della poesia di Sereni (“io” che è ricondotto appunto alla figura concreta del poeta luinese), sia identificato da Benzoni in Fortini. Ecco così sorpresa, qui come altrove del resto, una scelta di campo ben precisa del poeta di Cesenatico: per lui è la passione letteraria che stinge in forma vitale e non viceversa. Voglio dire che la vita sembra passare, in questo poeta profondamente ancorato al suo lavoro, per la mediazione di una letteratura non sentita come superfetazione o doppio dell’esistenza, ma, si direbbe, come significato autentico dell’esistere. Così è per le citazioni simbiotiche da Celan, ad esempio, e così è, per tornare al punto di partenza, per le riprese del poeta più amato e caro di tutti, Sereni appunto, che diviene nella poesia di Benzoni l’emblema di una perdita altrettanto intima e propria che se fosse quella di una figura familiare. Questo perché, in fondo, Benzoni considera la letteratura e i suoi autori come presenze autentiche e pulsanti, vitali appunto, illuminanti lo stesso ambito recondito e personale del proprio tragitto. Perciò da parte sua si può fare una poesia che sia tutta una colluttazione con la parola amata dell’altro, un abbrancare se stessi e la propria vita attraverso di essa, certificando la propria autenticità mentre si verifica la verità della parola letteraria ricevuta.
Benzoni è stato un poeta appartato e per certi versi rinserrato nella provincia. Forse anche per questo esibisce in tanti testi forestierismi e citazioni alloglotte (da testi e anche da film), quasi per compensazione di una sorta di nativo crepuscolarismo nostrano. Con tenacia e sincerità egli ha però continuato a cercare la verità di sé in un lembo ristretto e a tratti stremato, in un sentimento vitale quasi esausto, confidando nella parola come in un amuleto, facendo di sé e dell’adorato interlocutore-ombra i protagonisti di un incontro possibile. L’inverno tante volte ribadito negli ultimi testi, di contro alla risplendente e dorata estate di altri componimenti, non lo esime dal ricercare il volto dell’altro, di ciò che è stato e potrebbe essere ancora. Come nella “Spiaggia” sereniana, in chiusa degli Strumenti umani. O come nella splendida “Autostrada della Cisa”, tante volte rasentata e mentalmente rifatta, tratta dal libro di Sereni forse più congeniale a Benzoni, nel segno dell’incertezza e della provvisorietà, dico Stella variabile.



