Presentazione di Notizie dalla solitudine 1983-1984 (Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1986) a cura di Franco Fortini.
Queste poesie di Benzoni sono una serie conclusa intorno ad alcuni motivi ben individuati. È opportuno leggerle di seguito e avvertire così i richiami interni. Ciascuna delle poesie che compongono la serie ha una sua occasione, di narrativa psicologica. Però non c’è una finalità narrativa dell’insieme, la cosiddetta ‘storia’. Anche se c’è stata nelle intenzioni non mi pare – come vorrò chiarire più oltre – che abbia potuto essere, e fortunatamente, nei risultati, per motivi che non hanno a che fare solo con le attitudini dell’autore ma con le circostanze delle nostre comuni esistenze.
Il lettore dovrebbe anche sapere che qui Benzoni non è davvero alla sua prima prova. Anzi, le poesie che ha pubblicato in un numero dell’Almanacco dello Specchio (il n. 11; ne scrissi la presentazione) sono così rilevanti da esserne inseparabili. Inseparabili e anche assai diverse. Quando Benzoni avrà pubblicato una raccolta più ampia del suo lavoro poetico, che dura ormai da un quindicennio almeno, sarà facile vedere quali parti – come si dice: parti vocali di una cantata – siano sviluppate e armonizzate, tutte all’interno di una dominante. Quella dominante stilistica e culturale ebbi a riferirla all’«ampio impluvio» che «da Gozzano almeno, ha ricevuto Bertolucci e tutti gli affluenti padani, quasi del tutto tagliando fuori la linea fiorentina». O, per parlare in modo meno volgarmente figurato: è una poesia i cui modi sono ininterrottamente discesi dalla congiunzione fra esiti del tardo simbolismo e depressione ironica di ricorrenti crepuscoli. Benzoni adotta un linguaggio e uno stile ‘comico’ ossia basso-mimetico, disseminato di citazioni cancellate ma leggibili ancora, di arcaismi di umore vario e di colloquialismi.
Tutto questo, si sa, mentre per un suo lato è affabile e apparentemente senza gravi problemi per l’autore, per un altro è come se lo facesse incedere fra trabocchetti. Non ci si può affidare alle intermittenti cadute della comunicazione (vero e proprio sistema di «mancamenti») oggi praticate da non pochi autori recenti, i quali vengono e rientrano dalle regioni dell’indicibile e del silenzio con la facilità con cui i frontaliers vengono e vanno fra Italia e Svizzera. Un livello c’è, soprattutto nella poesia del sentimento e della psicologia, che dev’essere tutto detto sulla pagina e verificabile; il non-detto, che ne è come l’ombra portata, quella che crea la terza dimensione di ogni poesia, viene prima o dopo o accanto al testo, non si confonde.
Si sarà qui riconosciuto uno dei tratti più noti della poesia di Vittorio Sereni. E infatti questi versi di Benzoni hanno due temi che poi sono un tema unico: un amore e una amicizia; e l’amicizia è per quel nostro grande poeta che, come nessun altro della sua generazione, di amicizia ha saputo parlarci. Ma non si tratta solo di echi lessicali o ritmici; o di vaga e ingenua simpatia. Leggiamo gli ultimi versi di Ein grauer Morgen: «Lo dico infilandomi nel cappotto, / uscendo a battere i denti / con lei con lei se mai / una primavera che ignoriamo, inorridita, / verde del suo sguardo…». La sospensione in fine di composizione, così montaliana, è qui ripetuta tre volte. Anche il «Lo dico…» è mossa frequente in Montale poco prima della fine, a saldatura e ripresa. E l’inorridita non è senza eco del raccapriccio dal finale di la primavera hitleriana. Eppure la sospensione del senso, giustificata da quel ignoriamo – come pure gli inserti dialogici, in questa come in altre poesie – si originano da una fondamentale ‘posizione’ di Sereni, quella che non si sporge tanto dal presente al futuro quanto da quotidiano all’ignoto. Ebbene, la differenza, capitale, fra il maestro e il discepolo, voglio dire Benzoni, è tutta qui: che in Sereni il mondo del presente, del quotidiano, del famigliare, solidale intorno a ricordi, a passioni minori, rabbrividito della sua stessa esilità e tenacia; quel presente di calma felicità che tanto spesso egli ha rappresentato su punto del distacco e di cui avrebbe potuto dire, con Manzoni, che porta con sé qualcosa di «terribile»; tutto questo ha un luogo unitario di partenza, una unitas intellectus, e quel luogo di partenza e di arrivo è l’individuo-persona, borghese nel senso più alto e nobile della parola, fondato sulla cultura fondatrice della prosa da cui Vittorio faceva salire la sua poesia. E per questo è tanto più impressionante ritrovarne qui, apparentemente, ma solo apparentemente identiche, le spoglie, gli stilemi. È che, se si leggono questi versi in trasparenza, ci si avvede che Benzoni, quali che siano i suoi intenti, è tutto ben dentro all’ultimo ventennio. Ha un bel dire, rivolgendosi a Sereni,
imprendiamolo questo viaggio tra memoria e speranze,
se nel turbine là d’altri verdi, imprevedibili,
al colloquio coi miei cari avrò di te certezza
è proprio il rapporto fra morti e vivi, fra memoria e speranze che è venuto meno; è il centro di gravità che è sparito: «Dove ti tenevo sui ginocchi… l’ira / dei deportati» ha «flagellato».
Qualcosa di irrimediabile si è compiuto nel mondo, fino a svuotare persino le sere nostalgiche-idilliche di Cesenatico o di qualunque altro luogo d’Europa e del mondo. E mentre tanti sciocchini, da due o tre decenni, celebrano la fine di quello storico punto di incrocio di miti e di linguaggio che fu l’individuo occidentale, qui il patetico viene invece dal trattare le ombre come cosa salda, dalla illusione che un ‘essere’ ci sia, ricomponibile con amore e amicizia. «Meglio a chi il senso smarrì dell’essere, / meglio quest’ombra, questa caligine…», si poetava cent’anni fa. Ma l’essere c’era; smarrito perciò recuperabile. Oggi è una sfera di nomi luminosi o oscuri, di affetti; un’iride. La originalità di Benzoni mi pare sia questa: che i fumi sorridenti e acri che gli compongono il domani e i versi, egli li respira e contempla da un immediato passato, da immediati dintorni intellettuali e morali. Non vorrebbe interruzioni, non cerca di annullare distanze secolari, di contaminare secoli e strati linguistici e modi di pensiero e sentimento. No, si tiene alle sue ombre recenti, nella fede che il «colloquio con i cari» dia «certezza»; ossia che non sia perduto, che dall’arnia della lingua italiana non siano tutte sciamate le portatrici di dolci verità e che le esitazioni e i passi sghembi e i palpiti delle emozioni abbiano un futuro di ascolto. Che era, non va dimenticato, la premessa dalla quale la piccola banda di amici della pubblicazione Sul porto aveva cominciato, nell’ormai lontano 1973. Invero, l’ottuso ‘progressismo’, contro cui erano insorti Benzoni e i suoi giovani amici, ha dimostrato di poter benissimo convivere, anzi prosperare, con i sentimenti, il privato, le sfumature e le intermittenze dei neuroni. Anzi, per parlare in termini di ecologia, l’eutrofizzazione da spurghi di indicibile ha sottratto troppo ossigeno alle funzioni cerebrali della lucidità.
Mi avvedo di non aver detto quasi nulla dei singoli componimenti della sequenza. «Questi versi, di affettuosa materia volatile, paiono timorosi di non essere in ogni punto ornati, quanto ne avrebbero voglia, di allusione ed eleganza», avevo scritto due anni fa. In apparenza, potrei ripetere – forse atteggiando un dito, precettorio, a mettere in guardia Benzoni dai rischi di troppo ornato – le medesime parole per questa recognizione in versi fra amori vicini e remotissimi, e fantasmi di care ombre, infanti o adulti. Ma non sarebbe vero. Infatti ci si può imbattere in formulazioni che eccedono quella poetica e si intendono solo nel contesto di tutta la poesia precedentemente scritta da Benzoni:
verso il mattino ecco ricomporsi
le mie passioni, farsi nette quasi
di una luce malata prossima a guarire
Questi versi non sono, in sé, certo i più ‘belli’ che Benzoni ci dà in questo libro ma sono quelli più impegnativi: l’alba ricompone le passioni e le fa «nette» ossia «deliberate» e riconoscibili anche se la luce che momentaneamente le avvolge è «malata». Ora, la vicinanza della guarigione, piuttosto che la guarigione è sempre stata un tòpos, almeno da Catullo in poi; e ricordo il baudelairiano qui ferait leur vigueur. Il poeta sospira una salute che non vuole, in verità, raggiungere perché fra le passioni di cui è ammalato la dominante, (come anche Sereni s’era pur detto), è quella della poesia medesima. Questo mi fa dire che le Notizie dalla solitudine sono, credo, la conclusione del libro di versi che, spero, Benzoni ci vorrà presto dare; un suo primo libro.




