Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000

Il saggio di Enrico Testa che qui si riporta è uscito in Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Torino, Einaudi, 2005, pp. 365-369.

 

 Negli anni Settanta Ferruccio Benzoni (Cesenatico, 1949-1997) fu animatore, con un piccolo gruppo di amici, di una rivista, «Sul porto», che riuscì a tramutare il senso dell’appartenenza ad un preciso contesto provinciale in specola critica e in indicazione di una poetica ben distinta dalle tendenze allora dominanti:  gli algidi giochi neoavanguardistici, il confuso ed esibito intimismo della libera creatività post-sessantottesca, le scritture orficamente ipnotizzate dal miraggio dell’indicibile. Poi l’esperienza della rivista si concluse e Benzoni rimase, nella sua Cesenatico, «a coltivare una sua vena di segretezza, di raffinata autoreclusione che non giovò alla sua carriera letteraria ma giovò, e molto, all’intensità della sua scrittura» (Raboni). Nelle raccolte Notizie dalla solitudine, 1986, Fedi nuziali, 1991, Numi di un lessico figliale, 1995 (a cui vanno aggiunte la sezione di testi La casa sul porto pubblicata in un volume collettivo nel 1980 e il libro, uscito postumo nel 1998, Sguardo dalla finestra d’inverno) la poesia è adesione, necessaria e mai astratta, ad una pena esistenziale, ad un «patema» (vera parola-chiave del suo vocabolario) che, come gelo, stringe e assedia nel profondo.

Nei suoi versi si parla soprattutto d’amore e d’amicizia. Il primo ha per sue forme capitali l’affetto filiale e la passione coniugale. Il mai interrotto ricordo della madre morta – «minuta figura leggera / composta nei gesti deposta» – consegna ad una orfanità che ricerca però ostinatamente, fuori da ogni quiete catatonica, una redenzione o una serie di vitali compensazioni al dolore. Riproponendo una dialettica non dissimile dalla precedente, di cui in fondo rovescia semplicemente i termini essenziali, l’amore coniugale è percepito sullo sfondo di un legame tra elementi in antitesi («non esiste grazia senza l’orrore») ed è colto nel suo inseguimento di tracce o segnali che valgano da interruzione di una minaccia incombente o da «tenerezza postuma» intravista sul margine del vuoto: «Divampava nel mio orizzonte / di talpa un’iride…» L’amicizia è per Sereni, vero riferimento umano e poetico, eletto, dopo la sua morte nel 1983, al ruolo di capofila del popolo degli scomparsi. I tanti echi – lessicali e ritmici ma anche tematici e compositivi – dell’autore degli Strumenti umani hanno indotto a stendere, per Benzoni, una diagnosi di «serenismo impressionante, un serenismo non solo formale, ma anche psicologico, come chi ha una specie di transfert» (Mengaldo). Da Sereni, figura dominante di una trama intertestuale a cui partecipano pure Montale e, in fine, Paul Celan (anche con citazioni dirette, nell’ultimo libro, dalla famosa Todesfuge), Benzoni assume, oltre al complesso rapporto tra scrittura ed esistenza, specifiche modalità espressive orientandole verso «uno stile tragico» (Galaverni) di forte densità figurale e di inquieta scansione sintattica. Ma dall’amico e maestro trae soprattutto il motivo del rapporto con gli scomparsi virandone l’originaria formulazione negativa (il sereniano «colore del vuoto») in una devozione che pateticamente contrasta buio e silenzio: Benzoni «si tiene alle sue ombre recenti, nella fede che il “colloquio con i cari”, dia “certezza”; ossia che non tutto sia perduto» (Fortini). Questa disposizione si lega alla sua attitudine a pedinare il rovinoso trascorrere della vita e, insieme, a metterne in salvo episodi e gesti luminosi: gli «attimi che fummo». Benzoni insomma disobbedisce alle leggi inesorabili e atroci del Nulla e, consapevole di «avere ricevuta in aggiunta / alla morte la vita», vi oppone un «lancinante» e «redivivo idillio» di passione e bellezza. Nel fare ciò si affida ad una pratica evocatoria con cui richiamare gli assenti: «Non ho vita che per tenerti in vita». Il soggetto fa spazio dentro se stesso e nella regione che ha così in sé liberato d’ogni personale invadenza convoca e accoglie gli altri, li fa parlare e s’intrattiene con loro in un tempo intermedio e onirico dove sempre si gioca «d’anticipo con le ombre». Da qui un «canzoniere ventriloquo» vicino a procedure sciamaniche e, compositivamente, una spiccata «polifonia di codici e registri» (Bertoni) e un’originale sintassi di strascicato e nervoso melodismo, in cui la dilatazione vocale dei frequentissimi gerundi è contrastata dalle avversative e, in genere, dal «moltiplicarsi dei segni del dubbio e dell’incertezza» (Zucco): «Sono morti con lena attrezzando / la tua vita al gelo ai rimorsi / – e ridevano, ah, ridevano / così di rado, ma se un amico grandeggiava / o una tromba spezzandosi… / Se ne sono andati per sempre; / spariti senza morire».

La tensione a trattenere ciò che fugge tra «crudeltà e sperpero» è però anche la matrice delle tante e suggestive (ma talvolta oscure e forse non sempre risolte) immagini della sua poesia. La devozione all’assenza, il sentimento dell’esilio, l’allucinata percezione di appartenere ad «uno sfacelo / di sciacalli senza qualità» transitano per una figurazione concentrata e folgorante. Tra i versi sbocciano così «fiori / spettrali eppure fiammanti» che illuminano istanti vitali di risorgente natura o che confermano, con visionaria precisione, il dolore senza fine per chi ora dorme, «miniaturizzata», nel «viola indelebile degli addii».

[da Notizie dalla solitudine]

Milano una notte

ich
liebe dich dico alla gola
del mio amore sceso da una città
non dissimile,
e lei che ha freddo e freddo e il muso da bambina
amami incalza sorride abbandonando
una nostalgia di lillà bianchi
mentre la città fuori lustra stride smangiando
ma
per una notte la mia ombra accanto a lei riapparso.

[da Fedi nuziali]

25 luglio ‘67

Stentorea
in un visibilio di luce
che pare scolpita
la voce,
il lembo d’un prendisole…
È quanto di lei rimane
tra il paesaggio marino e me
immobili nel ricordo.
(Si sollevasse una brezza
un alito
e un poco di verde tremasse
cautamente
dalla cima delle piante alla punta
delle mie dita)

[da Sguardo dalla finestra d’inverno]

A mia insaputa
Vorrei per una volta tutti
della mia vita i volti s’affollassero,
e uno in particolare contro
l’invetriata senza desideri.
Sorridono e all’implorante
«Vi aspetto, tornate!» –
socchiuso lasciano il battente,
neanche spettasse a me seguirli
(chi qua chi là scomparendo)
o fossi dei loro già, senza saperlo.

Natura morta

Non sfiora nemmeno il tuo viso
questo nevischio alla finestra.
Eppure preferisco restare ancora un poco,
sgelare il cuore nella luce
bronzata della sera – finché
ridotto in cenere il tizzone
rosso – sparire, ah,
sia pure dietro una tenda, sotto
le fasce come un feto, in attesa
(in attesa?) del
bosco muto, dell’attimo
infinito in cui rendersi,
il blu incavato nella pupilla buia.

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