Il saggio di Paolo Senna che qui si riporta è uscito in «Trasparenze», n°33, 2008, pp. 57-68.
Presentando Notizie dalla solitudine (Genova 1986, silloge che raccoglie versi composti nel biennio 1983-1984), Franco Fortini scriveva che quel volume di poesie rappresentava la «conclusione del libro di versi che, spero, Benzoni ci vorrà presto dare; un primo suo libro»1. A quell’epoca i testi di Benzoni, sebbene pubblicati in spazi certamente opportuni e di rilievo, non erano ancora apparsi in una sede autonoma. Dante Isella ha offerto nel 2004 per i tipi dell’editore genovese San Marco dei Giustiniani la curatela del Canzoniere infimo e lo scambio epistolare che Benzoni, con alcuni amici di Cesenatico, intrattenne con Vittorio Sereni. Il poeta, scomparso nel 1997, ci ha lasciato numerose raccolte di versi, distillato intenso di un mondo poetico complesso e scompaginante, di sicura forza e di incantevole tocco e struggimento. Al Canzoniere infimo è toccata una sorte invero curiosa. Presentato postumamente, costituisce in realtà la prima e più antica parte dell’opera benzoniana, che scaturì, com’è noto, dalle pagine di quel giornale senza periodicità fissa che uscì a Cesenatico tra il 1973 e il 1980 (con un ultimo numero nel 1983) e che ebbe il titolo significativo di «Sul porto. Del fare cultura in provincia». Un’operazione culturale che – stimolata e resa complice dall’amicizia con Vittorio Sereni – portò i protagonisti della rivista sul n° 64 del «Quaderni della Fenice» di Guanda nel 1980, con presentazione di Giovanni Raboni: volume nel quale Benzoni pubblicò 31 poesie sotto il titolo La casa sul porto. ln seguito, nel 1983, Mondadori presentò nell’«Almanacco dello specchio» n° 11 (a cura di Marco Forti e con una Introduzione di Fortini) un altro gruppo di 15 poesie benzoniane, scelte da un elenco proposto nell’ultima lettera che Sereni inviò al poeta cesenaticense prima della sua scomparsa: «Come vedi, quantitativamente sarebbe già un libro alla Sereni. Troppo per l’Almanacco. Indicherò questi titoli o incipit per una scelta ristretta da discutere»2. L’edizione procurata da Isella raccoglie i 31 testi della Fenice, con l’aggiunta dei testi dell’elenco Sereni, nel tentativo di recuperare la sorte di quel ‘libro’ che non fu possibile pubblicare venticinque anni fa.
1. Poesia di figlio
È una lettera di Vittorio Sereni a offrire una prima considerazione:
certe cose, certe allusioni, nelle tue pagine mi mettono in difficoltà come lettore. Mi piacerebbe porti alcune semplici domande, perché il rischio che tu corri vien dalla tua immersione nel privato, a volte tanto privato da disorientare chi non lo conosce3.
Proprio questa «sovrabbondanza di cuore spericolatamente esibito»4 produce l’effetto di una deriva nella quale gravitano le diverse composizioni, lontane da un loro “centro” della cui decomposizione Benzoni è pienamente cosciente. Anzi: le fondamenta della lirica benzoniana vengono gettate proprio attorno all’asse semantico della mancanza e dell’assenza, esplicitato da un lessico che si apre a ventaglio dall’«addio» all’«esilio», e abbraccia reliquie e fantasmi per riconoscersi tenacemente nella figura del «figlio», sradicato, ossessionato, insistente nel chiedere (Mio idillio sperduto) e tormentato dalla memoria, «furente matrigna» (Carteggio conclusivo). È stato rilevato come questo sentimento di perdita sia dovuto alla prematura morte dei genitori, in particolar modo della madre, che lo portò a vivere con la zia (da lui chiamata “scricciolo”). Costruendo sistematicamente attorno a questo nodo concettuale, scrivere poesia sembra essere, per Benzoni, assumere coscienza di se stessi nel proprio essere in relazione con gli altri, che nello specifico si coagula nella figura filiale. La sua poesia è infatti popolata da affetti e persone, vive o larve, afferenti all’universo familiare, che si offrono come necessarie per la definizione prima e la presenza dell’io: madre, padre, figli, la zia costituiscono il punto di riferimento principale della topografia affettiva benzoniana, cui si aggiunge quell’importantissimo «tu» femminile cui il poeta si rivolge si può dire incessantemente. La sua, dunque, è innanzitutto una Poesia di figlio (parola che ricorre nove volte nel Canzoniere infimo).
Poesia di figlio
Ancora intride storti rami la memoria
che a me paiono eterni e sono solo – dici –
piccoli fuochi dove la vita è rada e calva.
E il mio amore – tu sai: l’estetica prigione –
non sarebbe amore: nient’altro che vaghezza o
un’ossessione di figlio, un petalo o un odore senza
il paterno stelo combusto.
E in me il dolore (la sorte)
un ambiguo desiderio di morte o vocazione
del mio narciso infantile. E tu no invece:
di stagione in stagione ti sdai effimera e assoluta.
Il vento ti tormenta che di lune adombra il viso
ma il chiaro ti ridà un sorriso quasi di sole su
i terrazzi d’antiche viole.
E i ricordi no, piccoli
fuochi – dici – detriti d’altra vita, slittati: tu opponi
la tua e viva se pure a me sfuma in poesia.
Dunque sono solo un figlio, enfatica radice
e in un soliloquio grido bellezza, insensibile alla vita
vera, all’infinita stagione e aspra cui il vento
reca tristezza (le tue dita d’ombra) ma il sole
dà nuovi amori e perfida dolcezza.
E freddo
e tedio in me la pace tua, il decoro
e poco più d’un’ebbrezza l’amare – per te anche
fui figlio: m’hai dato amore in cambio
di stranezza.5
La poesia è un confronto fra un io e un tu condotto sul filo della memoria che rende nuovamente attuale un’esperienza di dolore, ed è allo stesso tempo una riflessione sulla diversa interpretazione della (e reazione alla) sofferenza. La poesia è divisa in quattro strofe che – ad esclusione della prima dove l’«ancora» iniziale introduce in medias res e sottolinea la persistenza del passato (e, nella fattispecie, del dolore) – sono introdotte dalla coordinativa e, a sottolineare la simultaneità e dunque la complicazione inesauribile della realtà affrontata (congiunzione che appare ben quattordici volte nella lirica), quasi che tutto si giocasse ancora ‘contemporaneamente’ nell’animo del poeta. Le prime tre strofe offrono una pluralità di situazioni (memoria – dolore – ricordi) che generano differenti reazioni nell’io e nel tu, per risolversi in un confronto finale che ha l’intento di condurre inequivocabilmente a una nuova agnitio. Il tu si definisce come figura estremamente reattiva e vitale: tormentata dal vento, è in grado di aprirsi a «un sorriso quasi di sole», mentre l’io del poeta è chiuso in un’«estetica prigione» che ritiene – erroneamente? – essere amore: alla vita «tua e viva» si “oppone” – in una sorta di dialogo teatrale – quella del poeta che «sfuma in poesia», e perciò tanto più «insensibile alla vita vera» quanto più si rifugia nel luogo personalissimo e privato della poesia: «e in un soliloquio grido bellezza». Personalità diverse che si agitano in un ritornellare drammatico, che ci appaiono incomunicabili pur essendo tanto vicine6. Alla pace e all’amore del tu, rispondono nell’io rispettivamente il «freddo e tedio» e il «decoro e poco più d’un’ebbrezza». L’offerta dell’«amore» da parte del tu riceve in cambio solo un sentimento di estraneità: la «stranezza» necessitata dal fatto di essere una «radice» diversa, è la qualità fondamentale di questo homo novus che, nella caduta in una memoria vegetale che salda l’unione fra i due protagonisti, non può non riconoscersi «figlio», «per te anche». Questo testo pone in evidenza una caratteristica dello stile benzo- niano ossia l’assidua e necessaria presenza dell’alterità, di una seconda persona di riferimento che si condensa in quel tu, squisitamente femminile e vitale, che la scrittura di Benzoni sembra chiamare all’esistenza per garantire la presenza all’io e allo stesso tempo per definirlo, contrapponendosi ad esso con la sua diversità. Il «soliloquio» della poesia si apre perciò a una profonda e radicata tensione dialogante che è snodo efficace e costruttivo della poetica benzoniana: la poesia si fa colloquio interiore dove l’io e il tu si riconoscono vicendevolmente legati:
La mia avventura
Di me conosci accidia e miopia
e ne sorridi con lo sgarbo felice dei passeri
mentre io non so farti paura abbagliato
da una luce che è tua e solo tua. Ma
sono mie le briciole che ogni volta
tu credi di rubare scoprendoti al sorriso.
Tutta la mia avventura è vederti volare.7
In questo senso la poesia di Benzoni è spiccatamente ‘drammatica’. E lo è, a ben vedere, per un secondo e più importante motivo. La vita si traduce nella scrittura, «sfuma in poesia», diviene il «canzoniere», filtrata da quell’«estetica prigione» che è per ammissione di Benzoni l’unico modo di vivere. Appunto, scrivendo: «ma solo poesie tu scrivi? Chi sa / se poesia solo. lo scrivo. Se poi / parli, mi chiedi, allora io vivo»8.
L’io identifica se stesso anzitutto con la funzione scritturale, riattivando il valore etimologico del termine s-criptura: la «vita vera», reale, per la quale egli è «insensibile» si contrappone alla propria esistenza interiore, inesorabilmente segnata dal «viola indelebile degli addii»:
[…]
Oh, che stagione strana (e il grano che a strinare tarda)
vecchi detriti invano mi vorrebbero lastricare, fare di me
un patetico doppione con la rosa in bocca. Ma
per i vivi vivo,
la ragazzina brunetta (oh che stagione
rara questa) mi tira per i capelli e, mite ridendo
da bambina furba, perdona – dice – se di te un niente m’emoziona
e io, per quale ardore, intrigo o sortilegio io sento
d’essere vivo lassù, lato fra i lumi, sulle giostre e i canti!
(L’altalena al mare)9
L’io è lacerato tra due esistenze parallele, quella ‘reale’ e quotidiana (che è una vera e propria chiamata alla vita) e l’altra che si nutre nella e della poesia, acuìta dal senso di orfanità e, di conseguenza, di figliolanza, ove la memoria riporta viva l’esperienza del dolore e produce il desiderio dell’annullamento di sé, e della morte (Com’è funesta mi dico)10; l’amore tuttavia è una «perfida dolcezza» portata da «nuovi soli», forza troppo travolgente per resistervi, «vasta e elementare»: è il vero attaccamento alla vita, così come in una geografia portuale il mare è necessario, ontologicamente significativo, costituente il destino di una città – e, allo stesso tempo, temuto.
Azzurra e fosca
Il mare è quella cosa azzurra e fosca
che tu e io navigammo un giorno
e altri incanti poi, naufragi e tenerezze
a noi sparendo torbidamente avvolse.
Non reciti più “mi sento idiota e stupidosa” e io,
io (è sabato) più oltre sparirò nell’agro del mio cuore.
Berrò vino a frodo fra i vapori e ancora
sospirerà mia zia, dirà “porti su le gocce?”.
Più non vivi di me l’iddio e la rabbia, quel sogno
(ricordi?) di topi in soffitta, di cartone e travi.
Altri sogni ormai ti faranno stornare ma
azzurro e fosco il mare (l’amore) perché
non muore mai – quella cosa che eri tu sola in me
tanto vasta, troppo, elementare.11
Benzoni non cerca la fuga, e nemmeno soluzioni: persevera, anzi, nella controversia e nella contraddizione di se stesso. Sceglie di viverla, lontano tanto dalla prospettiva religiosa quanto da quella eroica: in tal senso la scrittura benzoniana nel suo farsi è un continuo conto consuntivo con l’esistenza, sigillata spesso dal tono gnomico e testamentale:
Canzoniere infimo, IV
Solo quando la passione ha un prezzo fallimentare
puoi dire d’amare. Solo quando la depressione
come una macchia d’olio sfinita, un mare, dentro
più dentro galleggia e ti sbianca, per mano ti prende
glabro un sorriso, incresciosa malizia di giunture e naufragi.12
Il dialogo col suo purgatorio privato è condotto con reliquie e fantasmi (Sogno del fiaccheraio), segnacoli di una vita altra, non più riproducibile e perduta, così come le nuvole che si sfrangiano e divengono altro.
Intarsio di luce
Ci penso: è un’ipotesi la mia vita
di nuvole stracciate a una finestra: svagate
più spesso dolorose graffiano ai vetri
neri di sole. Né terso mai trascorse
il sereno traslato di un’altra vita – non so
se mia o di un’immagine in sé, ma viva.
E la finestra come un intarsio di luce
dove io non posso, m’ascolta vivere feroce,
di verde mi ferisce filo d’erba velenoso.
Un’impossibile grazia è la mia angoscia
di riuscire in te e amare. Pure è menzogna –
sei tu a dirlo – questa ragione lacera, l’errore
di un io trascritto, quasi un immaginario delitto.
Però se le stelle sono anche luci e il fiore
è anche profumo e colore, allora io sono…
fui anche tuo, amore, scoiattolo e denti
lingua e reni della mia rosa inorridita.
Se poi è un’ipotesi la mia vita – questa mia
di nuvole stracciate – è il sogno la tua nuca e raro
di un orafo incupito che amò le siepi d’ottone
i maceri. Così ti sfioro d’autunno
i rami smagriti e il tenue strazio – tu, crepitio
di riso e nervi, così aspra tu, ossicino mio.13
In questo testo insieme incantevole e lacerante si misura la profondità dell’introspezione benzoniana. La vita è «un’ipotesi […] di nuvole», svagate o dolorose; troppo lontana è «un’altra vita». La felicità è una grazia impossibile. Del pari è impossibile per il poeta vivere la quotidianità della vita, rappresentata qui dall’amore («la mia angoscia di riuscire in te e amare»). Allo stesso modo per il «tu» femminile la poesia (quell’«l’io trascritto») è un errore, una menzogna. Eppure l’amore è una forza tale da superare queste incomprensioni e per un istante sembra creare una parentesi che lascia spazio ad una visione differente: le stelle sono anche luci, il fiore è anche profumo e colore. Allo stesso modo l’amore permette di riconoscere l’appartenenza, se non nel presente, almeno nel passato («allora io sono… fui anche tuo, amore»); dove però la sospensione in fine verso è funzionale a un rallentamento del ritmo su quell’«io sono…» che subito sembra sfibrarsi e svaporare.
Canzoniere infimo, I
Ormai conosco l’agonia dei pitosfori secchi
e la notte fallimentare che di luci barcolla
sul vascello pirata del mio cuore. Ah,
il vaniloquio è triste, e la luna
pallidissima falce di strega! Potessi
curare una figlia e senza più cometa
questa vita che non ti muore mai,
m’ascolteresti sillabare piano sussurrare
l’amore di rosa che non so più amare.
Ma ho troppi morti nella vita e fondi
per non credere al ghigno dei fantasmi.14
La ‘drammaticità’ della poesia benzoniana fa della fictio poetica una vera e propria actio: la poesia cioè diviene ethos, ossia costume, modo d’azione, risposta coerente e decisa alla propria esistenza e al proprio dolore, accettazione della propria «ipotesi» esistenziale nel «limpido esilio» di un «deragliamento dalla vita» e della sconquassante forza dell’amore («amore amore / che a me sparendo rinnovi il tuo sorriso!», Anni dopo):
Appendice a “un tu non ipotetico e caro”
Devo dirti che non l’acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l’edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
– non sogni tastiere evocative – poiché
l’amore, l’imperdonabile non vivono
che in te, trafugati e spenti.
È dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m’assolvesti
quando un’esenzione chiedevo da quel grumo
d’angoscia in cui sono innestato.
Non è l’amore un ragazzo cieco, violentato:
c’è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.15
Dice bene Giancarlo Sissa che Benzoni «non ha usato violenza, ma forza». La lettura dei suoi versi produce l’effetto di una scrittura sapienziale, quasi salmodiante, persuasiva, intelligente e insieme vigorosamente dissonante. Richiami fonici e suggestioni sonore («cripte di talpa eccitata», «ridà ardire per errare», «intride storti rami», «arsa appassisce i visceri», «tarma malate giallezze») si mescolano a un lessico accorto, sorvegliato e prezioso («sereno traslato», «stelo combusto», «stellato incerto», «straniate cromature», «svagolando sbrilluccia», «alliscia al terreo pudore») soprattutto nella coppia aggettivo-sostantivo, che si coniugano in modo tale da produrre ossimori («tenue strazio», «docile follia»). L’impasto lessicale, risulta assai vibrante e mosso, arricchito com’è di termini d’uso comune («stupidosa», «rototondo», «occhiazzurri», «mingherlina»), foresterismi («joie», «ammusata» – da “musa” e, meno poeticamente, “muso”, ma anche dal francese amusante–, «beauty case», «escargots», «refrains», «je suis gourmand»), aulicismi e vocaboli ricercati («sporporare», «tralignare»); e si riscontri la presenza di vocaboli, di stretto uso benzoniano, preceduti dalla s- che ha un significato ambiguo, tra il rafforzativo e il privativo: sdai, sfinita, stornare.
Spiccano alcuni lemmi ripetuti che nel vocabolario benzoniano tendono a essere particolarmente caricati di valore, fino ad assumere un significato simbolico, ovvero di “parole-mito”, poiché in esse si comprime e addensa il nucleo narrativo e semantico della sua poetica: “figlio” (e il correlato “padre”), “scrivere” (e l’area della scrittura, della voce e della parola), “vivere” (e il rispettivo “morire”), “amore”, “nuvole”. In una scrittura tanto ‘abitata’ da presenze umane (‘drammatica’ s’è detto), i propri cari vengono chiamati per nome o, più spesso, declinati secondo le inclinazioni del proprio, personalissimo bestiario (o addirittura erbario): scricciolo, scoiattolo, ossicino, ballerina, narciso, fanciullino poeta, circe paglierina, pispola vecchierella…
I testi sono sapientemente costruiti, adottando una intelaiatura rimica che quasi mai figura in punta di verso, ma che contribuisce a creare una sonorità decisamente coesa: dalla ripetizione di suono (vaghezza : tristezza : dolcezza : ebbrezza : stranezza, Poesia di figlio) a rime al mezzo (rubare : volare, La mia avventura) o tra vocaboli adiacenti (nutrivi : indurivi, cercarsi : rivelarsi, Ma sottovoce e dolce). A livello ulteriore, per quanto riguarda la sistemazione dei testi, essi sono disposti generando dei decisi richiami, creando un gioco di risonanza. In taluni casi il riferimento sembra essere maggiormente esibito e si assiste a una sorta di continuazione, rendendo attuale lo stilema delle coblas capfinidas (Ma sottovoce e dolce e L’altalena al mare), ove l’ultimo verso della lirica che precede diviene il titolo della seguente e sembra quasi generarla. Al proposito Benzoni parlava in una lettera a Sereni di una disposizione volutamente ‘cinematografica’ delle sue liriche16.
2. Tra Orfeo e Narciso
«Così per amore torno a contraddirmi»17. La poesia di Benzoni è irta di contraddizioni che la costituiscono e la innervano a livello lessicale (1), tramite la ricorrenza di veri e propri ossimori. A livello sintattico (2), tale contraddizione si esplicita nella struttura dialogante e drammatica che si è tentato di far risaltare: l’alterità si ‘contrappone’ al poeta, e il tu contrasta con l’io, lo limita, lo definisce e lo spinge fino alla, parziale, negazione di sé; ciò comporta la duplice necessità del dialogo (con gli altri) e del soliloquio (con se stessi), entrambi imprescindibili, che, a livello semantico (3) viene assunta nella duplicità (ma anche doppiezza) esistenziale fra poesia e vita, pulsioni contrastanti e coesistenti: il poeta è ‘abitato’ da entrambi questi tronchi biografici, necessari e necessitati, e orgogliosamente decide di viverli senza illusioni né fughe. Tale doppio si riflette in una lacerazione esistenziale (4) che si raduna nell’ipotesi di un «canzoniere», che non può ardire alla completezza di raccogliere un’esistenza composta di frammenti e che si rivela inconcluso, deficitario; in una parola: infimo; e che, per la sua indeterminatezza, richiama il termine graficamente simile infinito. Il «canzoniere» non può assurgere alla sua condizione strutturale che è quella (già petrarchesca) di ‘riunire gli sparsi frammenti dell’anima’, poiché la frattura è inconciliabile, segnata dallo stimma della «variabilità»18, dall’alternanza necessaria fra esistenze coesistenti e plurime. La poesia è per Benzoni l’arte in cui la vita sfuma e trascolora, lo spazio dietro la finestra da cui contemplare nuvole cangianti, dove l’«io trascritto» ha la sua sede: in questa regio dissimilis il poeta, come Orfeo, trascina in poesia, nominandole, le presenze della realtà; inoltre egli guarda (dentro di) sé, come Narciso, figura chiave, nome-mito col quale il poeta si battezza e che riattualizza nei suoi caratteri più significativi, così come appare in diversi luoghi del Canzoniere infimo:
Poesia di figlio
E in me il dolore (la sorte) / un ambiguo desiderio o vocazione / del mio narciso infantile.
Gioiosa pedagogia
Alle lalie fanciullesche / ai mimi, alle fiabe bruciando di pudore confido / i miei rimari non mi hanno inaridito o l’ontologia / superflua d’un narcissico io.
A Stefano, ipotizzando
Che grazia allora e sfinimento / di me a dissanguare borghesuccia le glorie di carte / metafore che ardono turchine, quali un tempo specchiò / delirando narcissico l’amore
Anni dopo
Un quartetto d’archi / al macero infimo del narciso stento19
Il narcisismo benzoniano non è la vanità di una inutile e intellettualistica contemplazione di sé, ma si lega anzi a un preciso modus vivendi, e diventa regula esistenziale che si innalza a etica orgogliosa e caparbia di resistere nel «qui»20, guardando dentro sé senza cercare vie di fuga, soluzioni o assoluzioni. Mimando l’adagio classico (liviano) dell’hic manebimus optime, il poeta insiste nell’«abitare un’esigua zona purgatoriale, di confine o periferia». In tal modo quella che Benzoni modula è la «docile follia di restare al mondo», in un’ansia che trapela drammatica, senza consolazioni e profondamente umana e sincera: «Qui dove un tempo trillavi le canzoncine di gioventù / mi sarà caro morire – scusa – viaggiare altrove»21.
Note
1 FRANCO FORTINI, Introduzione, in FERRUCCIO BENZONI, Notizie dalla solitudine, Genova, San Marco dei Giustiniani, 1986, p. 10.
2 VITTORIO SERENI-FERRUCCIO BENZONI, “Miei cari tutti quanti”. Carteggio di Vittorio Sereni con Ferruccio Benzoni e gli amici di Cesenatico, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2004, p. 35.
3 Ivi, p. 18.
4 lvi, p. 49.
5 FERRUCCIO BENZONI, Canzoniere infimo, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2004, p. 21.
6 Sulla ‘drammaticità’ della poesia benzoniana vedi GIANCARLO SISSA, Una molteplicità dolente, «Stagione di poesia», Almanacco del centro di poesia contemporanea dell’università di Bologna, n° 1. Altri lavori recenti su Benzoni sono: PIERO PIERI, Gli esordi di Ferruccio Benzoni attraverso 12 lettere e nelle prime poesie ritrovate, «ll lettore di provincia», 2003, n° 116/117, pp. 9-38; LORENZO FLABBI, Zoppicare dopo gli angeli. Una lettura della poesia dei Numi di un lessico figliale di Ferruccio Benzoni, «Poetiche», 2003, n° 3, pp. 471- 493; GABRIELE ZANI, Benzoni attraverso Benzoni, «Archivi del Nuovo», 2004, n° 14-15, pp. 69-82. Del notevole saggio di Flabbi esiste una versione aumentata in tre capitoli disponibile all’indirizzo web: http://www.sguardomobile.it/spip.php?article79.
7 BENZONI, Canzoniere infimo, cit., p. 32.
8 Ivi, p. [17].
9 Ivi, pp. 35-36.
10 Ivi, p. 52: «ln me consumato quasi passero cieco riposi / orgoglioso e implume. Resti di risa trafiggono / la pallida finzione di una ricchezza antica. / Com’è funesta – mi dico – / la mia dissoluzione e può la giovinezza / sentirsi una stagione sdata declinata / a un sole d’obliqua luce intellettuale / senza lucciole mai né grano? / Forse perché non mi è costato tanto morire / ma ogni giorno vivere fino al soliloquio / dovrai dire che ho disertato senza abiurare / disperando tu non fossi il mio canzoniere».
11 Ivi, p. 18.
12 Ivi, p. 60.
13 Ivi, p. 19. Si veda anche la lirica Delle nuvole (ivi, pp. 81-82): «Ma… / parlavo di nuvole? Affabulanti le amavo sfibrarsi / in trasparenze corrusche se di là dai campi un crepuscolo / arrubinava – non sembianze – nomi recavano, che so la nuvola ivana la nuvola / Chi può viverne senza».
14 Ivi, p. 57.
15 Ivi, p. 26.
16 SERENI-BENZONI, “Miei cari tutti quanti”, cit. p. 49: «D’accordo per la sovrabbondanza di cuore spericolatamente esibito e per quel “rimando” dall’una all’altra cosa – giocato un po’ di testa, questo, secondo un tipo di struttura a… montaggio cinematografico (!) che mi ero prefisso» (lettera del 2 settembre 1981). Queste righe erano una risposta alla missiva di Sereni del 21 agosto, nella quale infatti il poeta lombardo accennava: «mi è più difficile, nel tuo caso, soffermarmi su questa o su quella poesia e dire: ecco, questa è una poesia “esemplare” di Ferruccio Benzoni. Perché una rimanda a un’altra ed è questo transito dall’una all’altra che finisce con l’avvincere» (p. 18).
17 BENZONI, Canzoniere infimo, cit., p. 26.
18 SERENI-BENZONI, “Miei cari tutti quanti”, cit., p. 55.
19 BENZONI, Canzoniere infimo, cit., pp. 21, 30, 37, 45.
20 Ivi, p. 37.
21 Ivi, p. 86.



