Il saggio di Massimo Raffaeli che qui si riporta è uscito in “Novecento italiano. Saggi e note di letteratura (1979-2000)” Roma, Sossella, 2001, pp. 197-202 e prima in «Verso», n. 9/10, Notizie di poesia e di critica, Pescara, edizioni Tracce, 1995, pp. 107-112.
Un volume di contributi critici1 su un poeta che abbia meno di cinquant’anni, che cioè sia ancora lontano dal varcare la prima soglia della senilità contemporanea, potrebbe apparire un atto rischioso o addirittura controproducente qualora tentasse di fissare in via definitiva un percorso tutt’altro che concluso, anzi al culmine della parabola, come testimonia la recente uscita di Numi di un lessico figliale2 , il libro quarto di Ferruccio Benzoni, una delle fisionomie più interessanti e defilate (tuttavia a suo modo centrali) nel panorama della poesia italiana contemporanea. Gli attuali apporti permettono di metterne a fuoco i tratti distintivi e calcolarne alcune ossessioni stilcritiche, oltre a recuperarne la radice in un paio di sillogi giovanili per lo più ignote: le liriche di In forma di diario (presentate al concorso della Settimana Cesenate, nel ‘68) e Cronaca interiore (un testo uscito nel numero inaugurale de “Il lettore di provincia”, 1970).
Per cogliere l’humus della poesia di Benzoni è comunque inevitabile riandare all’esperienza di “Sul porto”, la rivista di cui è stato con altri animatore nei pieni anni Settanta; non tanto perché essa abbia direttamente prodotto la sua poesia, quanto perché ne ha innescato e orientato l’energia, rivelandola a sé stessa. Quei giovani, ha scritto Fortini, “decisero di impiegare uno strumento come quello della poesia lirica contro la pratica quotidiana del cinismo e la società del delitto pubblico”; leggevano la cancellazione e la omologazione di un paesaggio secolare, sentite peraltro come inevitabili al centro e in periferia, a destra e a sinistra; fra i mille alibi di una provincia ricca, opulenta, felliniana, vivevano ciò che negli stessi anni Pasolini definiva genocidio. Lo sentivano e lo proclamavano, ne scrivevano intrecciando la loro personale ricerca a una poetica tutta particolare, un Novecento altro rispetto alle linee allora maggioritarie nel senso comune comune: la neoavanguardia, il cui furore tecnologico ormai si autodivorava, e le scritture del cosiddetto Movimento, oscillanti fra un’esibita ma non meno estetizzante vergogna della poesia e fatali ricadute nell’intimismo. Sfogliando le annate della rivista, spiccano invece i nomi di Penna, Pasolini, Gatto, Fortini, Sereni, che sono poi a vario titolo (e in ispecie gli ultimi due) la costellazione in cui si riconosce l’opera di Benzoni, ereditando una corrente al margine o in intersezione con l’antinomia tipicamente novecentesca di Ordine/Disordine, Avanguardia/Classicismo; una linea terza, in cui sentire e pensare, visceri/cuore/cervello, io e mondo, entrino in fusione e si percepiscano infine sulla pagina come una cosa sola. Una linea di radicamento ‘residenziale’, per cui vivere l’hic et nunc a Cesenatico, e non a New York, voglia dire ancora qualcosa (al di là dell’obsoleta partizione di centro e periferia) e cioè introiettare un nesso insieme geografico e storico, il senso dell’esserci, il vivere / gioire / patire lì e non altrove: “(…) la fissità del paesaggio e dei luoghi natali che incide qualcosa, nell’animo, non facilmente spiegabile e che le generazioni tentano di tradurre nei modi del linguaggio poetico (…) consapevolezza della necessità di ritagliare giorni, visi, gesti, da un mondo che per eccesso d’ideologismo rischiava di diventare inautentico”3 . Suona una bellissima clausola del fascicolo d’esordio:
(…)
(Intenerire era sapere più a fondo di più
l’effimera ferocia della mia verità.)4
Se dunque è vera la matrice d’esistenzialismo residenziale, altrettanto non a caso le raccolte successive di Benzoni si organizzano in una sorta di piano intermedio fra l’assetto massimamente casuale, il puro accumulo del diario, e quello massimamente costruito, il canzoniere; si vedano i titoli, antifrastici, che seguono la prima raccolta (Canzoniere infimo e, all’opposto, Notizie dalla solitudine)5 e gli aggettivi con cui si è persino divertito a incrociare i due termini-limite, parlando di canzoniere “infimo” e di diario “a strappi” dall’altro:
(…) la voglia di chiudere un querulo canzoniere
d’amore inteso come sfinimento del presente (…)6
Nei modi del linguaggio cinematografico, ha parlato anche di piano-sequenza, di delicatissimi interventi sul montaggio, tanto tenui da sembrare ora inesorabili ora casuali, pari al cinema di Truffaut che del poeta di Cesenatico è un nume originario, anzi un amore irrimediabile. Nel volume collettaneo, Renzo Cremante dedica alle forme alternative di diario e/o canzoniere le pagine più distese, alludendo a un “sapiente dosaggio di vuoti e di pieni, di presenze e assenze”, laddove “preferisce trasferire la filigrana narrativa nell’architettura di questa come delle successive raccolte, nella forma interna del canzoniere.”7
Ma siamo appena al perimetro, all’organizzazione dall’esterno. Circa i contenuti e la loro articolazione formale, un passo di Fortini ne sintetizza l’essenzialità: “(…) modi ininterrottamente discesi dalla congiunzione tra esiti del tardo simbolismo e depressione ironica di ricorrenti crepuscoli (…). Questi versi di Benzoni hanno due temi che poi sono un tema unico: un amore e un’amicizia.”8 E se ne possono seguire in controluce i profili. Ad esempio, l’amoroso ricordo della madre gli dettava all’inizio versi come questi:
(…)
Ah io bevo e a mia madre so scippare
dal suo fodero d’abete un po’ di vita ancora
– miserabile calore9.
paralleli agli innumerevoli dedicati al magistero di Vittorio Sereni, il cui nome emblematizza l’intero popolo dei morti:
(…)
– Ho un debito insanabile con le larve.
(…)10;
infine quelli per Ilse, la sua compagna, il cui amore brucia in un senhal rabbrividente, il verde cupo dei suoi occhi:
(…)
Ma il passato è un universo
presto deperibile in icebergs
d’emozioni, non più fortunale…
Lo dico infilandomi nel cappotto,
uscendo a battere i denti
con lei con lei se mai
una primavera che ignoriamo, inorridita,
verde del suo sguardo…11
Speculare all’organizzazione delle raccolte, la percezione del flusso esistenziale rivela un moto ambivalente, l’analoga compresenza di ciò che è massimamente lontano, fra segni di pietas e gesti di aperta revulsione. Orrore pietà risultano infatti le parole-chiave di un componimento maturo, incluso nel terzo libro, e ormai leggibile alla stregua di una dichiarazione poetica:
Altre calamità
non sempre dicibili
miniaturizzabili sempre
e il sole a bruciapelo
di un’estate dirompente soccorrendo
tutto il verde delle robinie.
Ma tu vedi come l’età aiuta
a mitigarne lo sfarzo (lo spasimo)
adducendo brividi in un poco
d’ombra serale, vociferando
piovaschi da una sventagliata
bassissima di rondini…
Così in un inverno è divampato
e i suoi bracieri gelandosi
in un marmo stentoreo – ma
non credere ai miei crepuscoli a
un infortunio d’amore, tu sai
non esiste grazia senza l’orrore.12
L’ambivalenza si certifica nella figura dell’antitesi, non solo prevalente in termini statistici ma riaffiorante nell’uso sistematico del gerundio, trattato alla pari d’un ablativo assoluto. Oltretutto il mese topico della poesia di Benzoni è il settembre, mese del trapassato e dell’infido mutamento. Scrive al riguardo Rodolfo Zucco: “(…) il moltiplicarsi dei segni del dubbio, dell’incertezza, della contraddizione, magari interpretabile lo sbilanciamento della sintassi sul nome come sintomo di una impossibilità di azione del soggetto (…)”13 .
Il tema è davvero uno solo, e quello più classicamente elegiaco, l’esistere nel suo progressivo marcire, smorire, svenarsi. E, di riflesso, il trattenere, il dire, il salvare per il tramite della parola. Ma come? Perché all’interno di una modalità così consolidata è proprio il come l’elemento decisivo. Ci si trova ancora davanti ad una compresenza, a un percepire ambivalente: l’io non è lo stesso della consuetudine lirica e nemmeno l’“io” riflesso nel “tu” istituzionale, tipico del secolo postsimbolista; l’io è entrambe le persone, e qualcos’altro. Di tale specialità o ipersensibilità percettiva discorre nel volume il contributo di Alberto Bertoni, che ne deduce il fondamento dialogico: “L’Io può risvegliarsi solo attraverso l’ALTRO, attraverso quel prossimo che non è puro riflesso del sé (…) una terza persona che funge da correlativo corale, anonimo o misterioso della scena poetica (…)”14. Uno che dice io ma perciò stesso accogliendo un tu, distanziandolo e intanto distanziandosi:
(…)
un soliloquio o un tarlo reiteranti
il colpo di fulmine d’un attimo
d’altri15
Intorno a questa misteriosa terza persona viene in mente, alla maniera di una clausola, un aneddoto raccontato dal poeta Gregory Corso a Fernanda Pivano: “Io sono molto buono. E sai perché? Perché non ho mai ubbidito a quello che in prigione mi ha detto: ‘Stai sempre attento, quando parli con due persone, di vedere anche la terza’. E io gli ho chiesto chi è la terza persona, e lui mi ha risposto: ‘La terza sei tu’”16 .
- AA. VV. Per Ferruccio Benzoni – Studi e testi, a cura di S. Santucci, Lugo: Edizioni del Bradipo, 1995.
- F. Benzoni, Numi di un lessico figliale, Venezia: Marsilio, 1995.
- F. Bandini, Benzoni e il coraggio della poesia, in AA. VV., cit., pp. 70 e 73.
- F. Benzoni, La casa sul porto, Milano: Guanda, 1980, p. 23.
- F. Benzoni, Canzoniere infimo, in “Almanacco dello Specchio”, n. 11, Milano: Mondadori, 1983; Notizie dalla solitudine, pref. di F. Fortini, Genova: San Marco dei Giustiniani, 1986.
- Canzoniere infimo, cit., p. 372.
- R. Cremante, Cronistoria di un canzoniere, in AA. VV., cit., pp. 58-59.
- F. Fortini, Prefazione a Notizie, cit., pp. 7-8.
- La casa, cit., p. 13.
- Canzoniere infimo, cit., p. 379.
- Notizie, cit., p. 35.
- F. Benzoni, Di giugno, in Fedi nuziali, Milano: Scheiwiller, 1991, p. 31.
- R. Zucco, “Fedi nuziali”. Appunti sullo stile di Benzoni, in AA. VV., cit., p. 91.
- A Bertoni, Benzoni dietro se stesso, ibid., pp. 78-80.
- Fedi nuziali, cit., p. 60.
- F. Pivano, Introduzione a Gregory Corso, Poesie, Milano: Bompiani, 1978, p. 5.



