Il seguente saggio di Francesco Guazzo è uscito il 29 ottobre 2018 su Treccani
Dubbio a posteriori:
i veri grandi poeti
sono i “poeti minori”?
Giorgio Caproni
Parlare di “poeti minori” significa spesso entrare in relazione con una zona di confine della letteratura in versi: ci si ritrova ad imbattersi in personalità al limite della convenzione sociale, la cui produzione poetica presenta forme e temi divergenti rispetto a quelli più incardinati nella tradizione letteraria. Ragione per cui, in molti casi, non è raro vedersi costretti a riscoperte e ritrattazioni. Il caso di Ferruccio Benzoni (1947-1997), vissuto nella Cesenatico del Secondo Novecento, risulta particolarmente emblematico e significativo.
Dopo una giovinezza caratterizzata e pervasa da un amore viscerale per la letteratura, che lo vede studente appassionato del Liceo Classico “Vincenzo Monti” di Cesena, il Benzoni degli anni ‘60 si avvicina in proprio alla scrittura in versi e viene segnato da un dramma che accompagnerà con una profondità disarmante tutta la sua produzione poetica: la morte della madre Giovanna, il 25 luglio 1967.
A questa insanabile ferita seguiranno gli anni dell’università, caratterizzati, sul piano personale, da un alto fervore rivoluzionario, e segnati, a livello invece biografico, dall’iscrizione alla FGCI e dal trasferimento a Bologna, in via Regnoli. È qui che Benzoni si rende conto del fatto che una vita così soggetta alle perturbazioni dell’attualità e alle volubilità degli altri non è ciò di cui ha veramente bisogno. Nel 1973, infatti, ormai ventiseienne, tornato al molo di Cesenatico con un gruppo di amici che diventeranno i compagni di una vita, tra le sale di un ristorante, ad ora tarda, decide di iniziare i lavori per il primo numero della rivista Sul Porto, che inizialmente era stata pensata ad uscita unica: «volutamente alla macchia», come troviamo scritto nei pochi scritti superstiti di quella notte così intensa, e dove leggiamo anche: «La provincia può ancora essere una frontiera dove farsi pionieri di idee e contributi autentici e originali».
Ecco la cardinale ideologia di Benzoni: tornare al confine, abbandonare la militanza politica per affogare nelle speculazioni della poesia, per immergersi in una vita tutta dedita a letture, caffè tra amici, pranzi e discussioni sui propri tentativi in versi.
Di certo, però, la scelta dei “fratellini” ‒ questo il soprannome reciproco dei giovani fondatori del gruppo della rivista Sul Porto ‒ non era vicina a concezioni troppo astratte della poesia, anzi: indagare il poetico costantemente, scrivendo, discutendo e soprattutto vivendo, cercare la grande poesia nei grandi poeti, nelle loro vite, nelle loro case, al ristorante, o in salotti improvvisati sul momento. È così che i fratellini di Cesenatico, tenendo saldo il proprio baricentro esistenziale al confine di tutto, si spostano nelle città italiane alla ricerca di personalità del calibro di Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini, Alfonso Gatto, Giovanni Raboni, Vittorio Sereni… che riusciranno a incontrare e di cui riusciranno a guadagnarsi la stima, spesso concretizzata in lunghi carteggi e riesumabile a partire da preziose fotografie ingiallite: testimoni su carta dell’esistenza di una solida e ben definita società letteraria, di cui oggi rimangono tracce molto labili.
Dal confine della letteratura, gli ‘amici di Cesenatico’ ‒ come li chiamava Sereni ‒ tenteranno sempre di sperimentare le frontiere più disparate della produzione artistico-letteraria, a tratti con risultati davvero eccellenti: un esempio su tutti, la vittoria di due David di Donatello da parte del film Fuori stagione ‒ regia di Luciano Manuzzi ‒ di cui avevano scritto la sceneggiatura.
Il confino di Benzoni, però, supera ben presto le prospettive del gruppo di amici. Sulla soglia degli anni ‘80, infatti, quando va incontro ai primi problemi di alcolismo, la decennale esperienza della rivista giunge al termine e i legami si allentano. Unica salvezza, in questo periodo senza luce, l’incontro con Ilse Maier, con cui si sposerà nel 1995 e che lo sosterrà fino all’uscita definitiva dalla dipendenza.
Questo periodo sarà rievocato a tinte fosche nella raccolta Sguardo dalla finestra d’inverno, con un titolo significativo ‒ Anni di prostrazione e reparto ‒ che, secondo un espediente di provata ascendenza sereniana, continua nella poesia con questi versi:
(…) Furono il mio lager
tanto che venutone fuori (dimesso)
d’ogni cosa ebbi paura:
tornare tra la folla che si urta,
le ombre surrogare nella mia.
Da allora nient’altro che un
romanzo l’azzurro
non riferibile alle nuvole più
larvali presso il tuo sonno
nella camera del cordone ombelicale.
Notti e giorni al riparo dall’esistere. […]
Siamo nell’ultimo libro di Benzoni, la raccolta che costituisce la sua opera-testamento: i temi di una vita (poetica e non solo) ‒ quello della morte della madre su tutti ‒ si innalzano a riconsiderazione di un’esistenza, e, in una totale relativizzazione problematica, si discute se la propria vita possa essere definita reale presenza nel mondo. La ricerca di senso di questa poetica, però, non va nella direzione della propria risoluzione: ciò che sembra di scorgere è, invece, un’improvvisa perdita di equilibrio, una spirale gravitazionale discendente inarrestabile, che porta allo smarrimento causato dalla monotonia della vita. Il tutto allora, rivissuto in un ricordo spento, non può che vivere lacerato dalla distanza di un oltre che rimane sempre «un passo più in là», ovvero al di là di un confine che non può essere valicato. Accade così nella poesia Egizia, dove si legge:
Tra rossori autunnali.
Neanche rivivessi le tue fughe
nel vapore dei mattini incontro
ai tuoi grilli –
ti penso un passo più in là oltre
gli escrementi del cuore.
La frangetta sugli occhi morati.
Vuotocolma di te innamorata
tutto finisce qui tra
pensieri d’infortunio e un giorno
spento nella nebbia.
Di simili «Inchiostri interrotti a un capoverso», come li chiama lo stesso Benzoni in Inverno in chiaroscuro, si compone Sguardo dalla finestra d’inverno, e soltanto a considerare il titolo ‒ sapendo che le titolazioni in Benzoni contano molto, come per il nome Sul Porto dato ad un’esperienza così intimamente fedele alla dimensione della permanenza sulla soglia ‒ emergono linee programmatiche fondamentali della poesia benzoniana: la concezione della poesia come sentire generato da una distanza presa dalle cose, come un’osservazione dal confine che spesso, se non sempre, è quello del ricordo; una consapevolezza “invernale”, o forse addirittura terminale, in costante tendenza alla marcatura di ciò che, assente, rimane tale.
Nella logica illogica e sentimentale di una malinconia intrisa di difetto ‒ anche se molto probabilmente per Benzoni, stando almeno alla chiusa di Poesia di figlio (come si può leggere nell’ultimo verso del testo riportato nella piccola antologia a fondo pagina), era semplicemente il caso di una certa stranezza, tutta sua e peculiare ‒ e irreparabilità, si muovono i sentimenti propri dei testi più riusciti dell’intera produzione benzoniana come, citando due esempi necessari, Appendice a “un tu non ipotetico e caro” e La casa rossa (anch’essi riportati sotto), entrambi appartenenti alla stagione degli ultimi ‘70. In questo libro ‒ pubblicato postumo da Vanni Scheiwiller ad un anno dalla morte del poeta, nel 1998 ‒ la vita, confinata alle temperature raggelanti del proprio inverno e sempre più prossima al patteggiamento con la frontiera ultima della morte, è vista dalla prospettiva deformante di un inverno ulteriore, quello della quiescenza nella frontiera della poesia, l’unica tosse rimasta, da cui guardare al mondo in un’autoterapia dell’anima che non sa stare nel confine della corporeità e che rimane intrisa di sofferenza ed insoddisfazione. Questi sono, infatti, i versi di (Kavafis):
Cosa c’è tra questo paese e me
(tra questo involucro)
che tacitato infine non sia
confinato dentro un cortile.
Immagine io stesso di una camera
(piccola morgue di febbricole)
chiusa dal di dentro.
Invece d’un vetro una crepa – stucco
sui ragnateli dell’intonaco.
Ma l’anima costipata tossisce,
specie di notte, non so se d’amore.
Proprio l’amore è forse l’elemento visitato da Benzoni con più originalità e innovazione, come quando lo si ritrova spesso introdotto da istanze ipostatiche e personificanti, anche qui, alla Sereni, come nel caso del lancinante verso dell’Appendice prima rievocata: «Non è l’amore un ragazzo cieco, violentato». Amore, tema amalgamate, che unisce le varie figure sempre coinvolte in apparizioni e dissolvenze senza fine, primariamente quella della madre, come nella poesia Jeux de massacre, in cui amore ‒ in questo caso quello tra madre e figlio ‒ e poesia sembrano stare ai poli opposti della vita, frontiere ultime di uno svincolo senza uscite possibili:
Da poco gli amanti sono dissolti
umidi e stanchi. È quasi l’alba.
Ah, io bevo e a mia madre so scippare
dal suo fodero d’abete un po’ di vita ancora
‒ miserabile calore.
E di te grido, amore, allo stellato incerto
a un’alba di cotone. Ebbra è l’aria e io
posassi la tua mano ‒ penso ‒ sulla mia fronte
la tua mano, quanta morte darei
per un massacro vano. Ma resto solo
e vivo, picchio la testa, come vedi scrivo:
fossero viole le voci, sarei di primavera!
M’allontano invece, deraglio dalla vita.
Posassi la tua mano ‒ non più per solitudine
per amore infine saprei farla finita.
Poiché il poeta avverte l’impossibilità di raggiungere il calore di un amore attivamente ricambiato, non gli rimane che ritirarsi nel confino della poesia, e riguardare tutto da una prospettiva differente, capace di dare un valore diverso anche al limite della morte. Di fronte alla luminosità che scaturisce dall’armonia con l’altro, tale limite va infatti accolto quasi per assuefazione, come testimonia l’immagine di carattere quasi taumaturgico della mano della madre che si avvicina al contatto col poeta solo per il più disinteressato amore.
Leggendo le poesie di Benzoni, al termine di queste riflessioni, nasce spontanea la necessità di riconoscergli, dunque, una posizione di spiccata preminenza all’interno di quello che dovrebbe essere il canone della poesia italiana del Secondo Novecento. Definire un poeta con l’accezione di “minore”, infatti, implica il suo spostamento in una zona di confine della tradizione, ma non possiamo non notare quanto sia difficile trovare autori che nella rielaborazione poetica dell’esperienza umana si siano spesi più profondamente, spontaneamente e intimamente di Benzoni. Di certo le sue scelte di poetica e di vita hanno creato un caso peculiare e meno inquadrabile di altri: così interno ed esterno ad un tempo per quanto riguarda relazioni con i poeti e pubblicazioni. Le domande che sorgono in relazione al caso Benzoni, sono molte e, probabilmente ancora tutte da scrivere e pensare ‒ quali effetti può aver avuto, ad esempio, sulla fortuna della sua produzione poetica una morte in fin dei conti prematura, e la conseguente mancanza di tempo per la promozione in proprio della propria opera? ‒ e non si può non notare che le questioni rimarranno inevitabilmente aperte fino a che non si riuscirà a raggiungere un accordo critico sulla questione del mutamento delle forme di promozione e auto-promozione che i poeti operano nei confronti dei propri scritti, di cui oggi, nella nuova poesia degli anni Duemila, vediamo gli ultimi ‒ ed estremi ‒ approdi.
Alla luce della poesia e della vita di Benzoni, che si sono volute qui rivisitare per sommi capi, fa non poca impressione, però, rileggere i brevi ed epigrammatici versi (in esergo) che Giorgio Caproni aveva scritto «pensando a Sbarbaro e a certi suoi (frettolosi) collocatori» e sapere che a Cesenatico, nel giugno 1990, lo stesso Benzoni, sentendosi chiedere in un’intervista a quale poeta si sentisse più vicino, avrebbe risposto: «Credo, per esempio, a Camillo Sbarbaro. Semmai lui preferiva la tempera e io la spatola, per immediate accensioni».



