Il saggio di Andrea Afribo che qui si riporta è uscito in “Le occasioni del testo: venti letture per Pier Vincenzo Mengaldo”, Padova, Cluep, 2016, pp. 339-364.
1*.
Un «serenismo impressionante, un serenismo non solo formale, ma anche psicologico, come chi ha una specie di transfert»: sono queste le parole, citatissime, di Pier Vincenzo Mengaldo sulla poesia di Ferruccio Benzoni. Anche Franco Fortini ha parlato di «poesia dell’eco», e seguendo il ragionamento di Fernando Bandini si può dire che i modi e le logiche, i risultati, dell’imitatio benzoniana rispecchiano senz’altro quelli del migliore e più manieristico petrarchismo cinquecentesco – Benzoni sta a Sereni come Della Casa o Galeazzo di Tarsia a Petrarca.1
C’è infatti serenismo e serenismo, e il diverso rapporto con il (un) modello può anche rappresentare – o servire a rappresentare – il clima di un’epoca e, nel nostro specifico, a segnare le differenze tra ante e post anni Ottanta. Anche Maurizio Cucchi, ad esempio ricordando gli anni della propria formazione e il suo libro d’esordio, Il disperso (1976), ne ha riconosciuto un etimo sereniano: «ho letto […] autori che avevano come riferimento forte Vittorio Sereni».2 Eppure, si apra una pagina qualsiasi del Disperso e si resterà a bocca asciutta: nessun caso di serenismo circostanziato, nessuna citazione vera e propria, molti invece i fenomeni di poesia verso la prosa (lessico impuro, effetti di parlato, sintassi provocatoriamente non elaborata oppure molto rotta da parentesi, progetti abortiti o cambiati o sospesi da una miriade di puntini, lacune ecc.), fenomeni forse sereniani ma non necessariamente, di sicuro propri di tutta una koinè lombardo-milanese e in genere di qualsiasi scrittura laica e moderna e, ancora di più, espressione sui generis di una scrittura selvaggia e informale tipica del decennio, volutamente antecedente o refrattaria a ogni stile prestabilito.
Al contrario il serenismo di Benzoni se da un lato rappresenta certamente un caso «unico» o «molto raro»,3 dall’altro può riflettere il sentimento poetico dei nuovi anni Ottanta, essere anzi una delle espressioni più estreme dello spirito di quel tempo e della sua poesia, così postuma e postmoderna, intrisa di manierismo, nevroticamente e feticisticamente sovraccarica di cultura e letteratura, così dedita se non devota alla citazione e al montaggio. Quasi tutta l’opera poetica di Benzoni è infatti, ricordo, interna agli anni Ottanta. È proprio il 1980 quando esce la plaquette d’esordio – La casa sul porto, nel numero 64 dei raboniani «Quaderni della Fenice»; del 1986 è il primo vero libro, Notizie dalla solitudine; e recano le cifre del decennio le date in calce a tutti o quasi tutti i testi di Fedi nuziali (1991) e di Numi di un lessico famigliare (1995).
Scopo del presente contributo sarà, partendo dalla lettura di un testo-campione, quello di presentare e discutere ulteriori materiali e declinazioni del serenismo benzoniano,4 e dunque anche di ripassare o scoprire indirettamente, attraverso la lente idiosincratica dell’imitatore, certi aspetti di lingua e stile dell’imitato. Se l’imitatore è un critico ‘in azione’, diciamo un critico implicito, possiamo senz’altro annoverare Benzoni tra i critici migliori e più sensibili della poesia di Vittorio Sereni.
2.
La poesia che ho scelto, Queste foglie è tratta dalla raccolta più importante, Numi di un lessico figliale. È un testo struggente, che parla «di una madre», della madre del poeta, Giovanna, morta dopo lunga malattia il 25 luglio 1967. La data diventa un titolo di Fedi nuziali, ma il tema materno – amoroso-luttuoso – è un tema inevitabilmente fisso con annesse inesorabili e ossessive emersioni metonimiche – il tailleur azzurro («l’azzurro supremo d’un tailleur», Nfl Giovanna e il tailleur, «Il colore del tailleur non so. / Azzurro? / Ah, sì, forse, anzi: certamente», Nfl Dogana), certi fiori come i lillà o gli asfodeli – «come due asfodeli» le mani giunte della madre morta (Nfl Giovanna e le civette). Tutta la poesia di Benzoni, ha scritto Giovanni Raboni, può essere pensata come una «commemorazione perpetua della madre».5
Queste foglie – mi dicono – spazzate
via scialbe tramortite sarebbero
un tumore dei platani non
un fortunale di fine estate.
Non so ma è tardi per rinvenire
troppo tardi nei capelli
radi di una madre una speranza
trepida e combusta.
Lasciatemi
a malincuore stropicciarle
irridendo o no una tempesta
di gemme che s’aprono dai libri.
Strutturale, quanto evidente, è l’analogia tra il «tumore dei platani» e quello della madre, tra le foglie «scialbe tramortite» (quasi una variante più cruda delle tradizionali feuilles mortes) e i capelli ormai «radi» di lei. La malattia è un fatto certo, definitivo, non un trauma improvviso ma passeggero come può essere un «fortunale». Che sia così forse l’io non lo crede subito, o meglio non lo vuole credere, come mi sembra infatti suggerisca il «mi dicono», quasi un tentativo di presa di distanza, un segno di incredulità, tanto più se unito al condizionale attenuativo-eventuale «sarebbero» (v. 2) e al «Non so» del v. 5. Tuttavia è solo un momento, a cui subito segue il «ma», cioè la resa all’ineluttabile, senza speranza. Per questo un solo «è tardi» è troppo poco, c’è bisogno di raddoppiarlo e intensificarlo, e c’è bisogno che il secondo tardi alteri l’ordine normale, progressivo, della frase: poteva essere “ma è tardi troppo tardi per rinvenire” eccetera, ma così non è. L’iperbato riproduce e enfatizza l’improvviso emergere dell’emozione scompaginante: è un segno del ‘discorso reale’, del parlato, e nello stesso tempo un segno di eleganza, di allure quasi neoclassica.
«Lasciatemi / a malincuore stropicciarle»: ‘lasciatemi stropicciare le foglie-capelli’. In questo finale l’io chiede, pretende, la libertà di un gesto di disperata tenerezza, di ricreazione pur «a malicuore» di una intimità affettuosa e quasi scherzosa, irreale ma intatta e persino irridente. È una modulazione avversativa tipicamente lirica, del genere dell’«E pur» leopardiano, dei ma montaliano-sereniani. L’imperativo è un modo «frequente e spesso strutturante» in Benzoni,6 per cui si veda il «Lasciami» di Canzoncina (Fn), e sempre nella svolta del finale. Qui il verbo è dislocato nel gradino estremo del verso come a iconizzare l’ultimità della richiesta e del gesto. Anche i capelli sono un parte importante della liturgia amorosa-luttuosa del materno, sintetizzano l’amore e misurano l’incombere della malattia: appaiono in sogno nel finale di Compleanni (Nds) – «radendomi ho rivisto allo specchio i capelli che pettinavi tu», sono «arresi e grigi i capelli senza tintura» in Canzoniere infimo; «Ah, i tuoi capelli […] a sfiorarli morirei» (Ci, Presagio in versi); e un loro ciuffo spunta dalla coperta di un letto di casa o di obitorio: «fino al particolare del ciuffo /dei negri capelli che spunta da / una coperta o da una bianca /di liscivia coltre d’obitorio» (Sfi Simmetrie).
Per altri legami con altre poesie si può addirittura risalire alle origini, a Poesia di figlio, primo testo della plaquette d’esordio Casa sul porto. Qui ritrovo l’aggettivo rado e con una connotazione non dissimile – «la vita è rada e calva»; e qui è già impostato il legame tra il motivo familiare-affettivo e il vegetale: «un petalo o un odore senza / il paterno stelo combusto»; «sono solo un figlio, enfatica radice». Universalmente, e anche in Benzoni, le foglie possono essere il figurante della fragilità umana, sinonimo degli sparenti, delle animule dei morti «simulacri o / (più teneramente) animule foglie /di sé vaghe, strazianti» (Fn Quella rissa).
Queste foglie è un testo dunque profondamente radicato nel vissuto e nel poetico benzoniano, ma è anche un intarsio di luoghi e maniere della poesia di Vittorio Sereni. E la fonte più diretta del nostro testo è ovviamente La malattia dell’olmo di Stella variabile. Le analogie sono nette e decisive e soprattutto due: il tempo di fine estate («Se ti importa che ancora sia estate») presumibilmente scelto per segnare un confine simbolico tra la vita e il suo declinare, tra rigoglio vitale e spegnimento o interruzione traumatica – nella poesia successiva della raccolta benzoniana, Requie sul fiume, trovo ancora una estate «troncata / come un miraggio in riva al fiume» (il sintagma «in riva al fiume» è pure, identico, nella Malattia dell’olmo). E c’è poi, ovviamente, il tema eponimo: lo «squamarsi» dell’albero, la sua malattia appunto, le sue «foglie […] deboli». La stessa autorizzazione a stabilire incroci e corrispondenze profonde tra vegetale e umano nel segno soprattutto del patire viene – se ce ne fosse bisogno – da Sereni, e penso alle braccia e alle mani delle «turbate piante» di Ancora sulla strada di Zenna, o alla prosa degli Immediati dintorni già segnalata da Gilberto Lonardi –7 Targhe per posteggio auto in un cortile aziendale dove si legge che «l’impiego metaforico che ne facciamo [delle piante] punta in generale alla sostanza e alle essenze, alle strutture, all’essere e al divenire. Avvertiamo in loro più sensibile e visibile l’analogia con le stagioni della vita, della nostra di individui» (P 659).
Non mancano concordanze lessicali e analogie formali più profonde, meno con la fonte diretta che con il sistema sereniano generale. Per le prime segnalo trepida (frequente in Sereni e peculiare della sua ‘carta sentimentale’ – «trepida grazia», F Piazza; «questo trepido vivere dei morti», F Strada di Creva); irridendo (il memorabile, e hapax, «A quella pena irride / uno scatto di tacchi adolescenti» di Via Scarlatti); fortunale (due volte in Un posto di vacanza). Per le seconde, più interessanti, penso almeno a i tre casi seguenti. Il primo. L’epanalessi di tardi, che discende direttamente dal Male d’Africa: «Tardi troppo tardi […] troppo tardi», e che è una dei tanti episodi di ripetizione sereniana in Benzoni, come vedremo poi. Il secondo serenismo è il verso a gradino e il fortissimo enjambements, cioè il non enfaticamente e mimeticamente sospeso in punta al terzo verso. Per quest’ultimo si vedano almeno Appuntamento a ora insolita:
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
(Non saremo
più insieme, dovrei dire),
o Una visita in fabbrica:
e ancora per anni e per anni ben sapendo che non
più duramente…
e i molti non sospesi di Benzoni tra cui «Altre calamità / non sempre dicibili non / miniaturizzabili sempre» (Fn Di giugno), «il filo / di ferro del tuo corpo non / trafigga …» (Sfi Un dubbio); oppure i se non: «se non / per una gentilezza d’anni più torbidi» (fn Traduzione da una poesia sognata), «Del resto la gioia cos’era se non / una falsa partenza …» (Sfi I giorni ricontati), forse direttamente da «nessuno che salga o scenda se non / una folata di smog la voce dello strillone» (Su L’alibi e il beneficio).
E infine – terza concordanza su cui mi fermo un po’ di più – l’apertura in res con discorso diretto subito interrotto e sospeso dall’inciso del verbum dicendi ricalca un modo sereniano inconfondibile. Penso di nuovo e ovviamente all’attacco di Appuntamento a ora insolita – «La città – mi dico – dove l’ombra » eccetera; della quarta parte di Una visita in fabbrica – «Non ce l’ho – dice – coi padroni.»; di Corso Lodi – «“E – disse G. sciogliendosi in uno sbadiglio – / e piantale queste cose se ti riesce»; oppure diffusamente all’interno dei testi: «Un gesto appena – si disse – cerca d’essere uomo» (Su La poesia è una passione?); «“Caro – gli dice all’orecchio – amore mio…”» (ibidem); «“Sono favole – disse – non si passa» (Su Un sogno) 161 “Ti conosco – diceva – mascherina (Su Ancora sulla strada di Creva). E così nella stessa Malattia dell’olmo, vv. 19-23:
Vienimi vicino, parlami, tenerezza,
– dico, voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana – scaccia
da me questo spino molesto».
È un serenismo che non esclude compartecipazioni di altri maestri del dialogo e del discours direct – di Giudici, di Luzi (cfr. «“Prega”, dice, “per la città sommersa”», Nel corpo oscuro della metamorfosi, Su fondamenti invisibili), di Raboni («… – non sarà, /mi dico, così diversa la morte», Interni clinica I, Nel grave sogno; «… Su, mi dico, datti / da fare, mostra di che sei capace», Niente può rovinarmela la festa, Ogni terzo pensiero). Ed è molto diffuso e pervasivamente in Benzoni, dal primo all’ultimo suo libro, ad esempio «Un pessimo idillio – mi dico – disorientato / qui a ritrovarmi esitante» ecc. (Nds A Ilse); «Ma come si fa – dimmi – a zoppicare» (Nlf Dopo l’ira); «Guarda – mi dico senza un filo /di voce» (Sfi Guarda – mi dico). E sono ovviamente molte le variazioni del pattern, soprattutto considerando la lunghezza – la disparità di lunghezza – dei tronconi ‘tagliati’, l’intensità della pausa e della sospensione determinata dall’incassatura, la segmentazione dei versi interessati, qualche esempio:
«È (ci sorveglia F.) / strutturata a mo’ di sonetto la prosa …» (Fn Per un titolo – incipit); «I caselli sono / le tue case cantoniere – proruppe / una sera Orelli / eravamo lì lì per congedarci» (Fn Asparizioni – incipit); «Mai vissuta – potrei ribattere – intravista / patita forse …» (Sfi Giorni ricontati); «E quanta – pensa – neve è caduta» (Sfi Guarda – mi dico).
E come alla mimesi di ritmo e intonazione, delle ‘variazioni di chiave’ della situazione comunicativa,8 sono essenziali le inarcature, le dislocazioni anomale, i ‘gradini’ (moltissimi, appunto, in entrambi), un contributo altrettanto fondamentale alla simulazione del tono, del volume e dell’umore della voce è dato dalla qualità e varietà dei verba dicendi, capace di restituire i piani e i forti, il grido e il sussurro, la concitazione e la dolcezza. Mi limito ad alcuni lemmi in condominio tra i due (da qui in poi il segno = sta a indicare il verso a gradino:
infuriare (Quei bambini che giocano)
Fatti una ragione della tua pena / – s’infuria il cuore – non c’è / una stagione sola. … (Sfi Per una fine d’inverno – incipit)
mormorare (Gli amici; La malattia dell’olmo)
Ma quella che tu chiami speranza = – timidamente / mormorando – ci attraversava un’estate … (Nds In un febbraio – incipit);
ringhiare (Un sogno)
e tu che ringhi = andrò via, me ne andrò (Fn I morti amici)
sgolarsi (Via Scarlatti)
E dunque perdonami il pianto e / “avrebbe dovuto vivere dieci anni prima”, /er hätte noch zen Jahre leben müssen / – sgolandomi in una pena che non dà / né mai più tenerezza sola (Nds Una domenica); sgolandosi (Fn Treni)
sibilare (Autostrada della Cisa)
“Nascondile queste cose” luciferino / sibila il poeta (Sfi Giorni ricontati).
Ma ambientati diversamente non mancano nel glossario benzoniano altri lemmi cruciali come il famoso blaterare della Spiaggia («il mio blaterare», Fn Quella rissa), dileggiare («Caro – mi dileggia apertamente – caro» Appuntamento a ora insolita > «Dileggiando i sugheri»), vociferare (Saba) fino a un riuso apertamente traslato: «vociferando piovaschi da una sventagliata / bassissima di rondini (Fn Di giugno).
3.
Passando ora dal primo piano alla panoramica, si può già dire che lo spettro dell’imitatio benzoniana comprende tutta intera – per usare una terminologia cinquecentesca e petrarchistica – la sfera dell’istesso quanto quella del simile. E dunque: citazioni, prelievi di parole singole e di sintagmi (con o senza loro decontestualizzazione), ripresa e riuso di temi e motivi, calchi di stilemi sintattici e retorici, di movenze ritmico-prosodiche. Insomma: imitazione di tutto ciò che esiste in Sereni (dei suoi tratti più evidenti o più sottilmente peculiari o profondi), ma anche di tutto ciò che non esiste ma che sarebbe potuto esistere. Serenismi ‘come se’ o per abstinendum verbis, per proprietà sinonimica o transitiva.
C’è dunque posto per l’identico o quasi della citazione, mettiamo l’endecasillabo «Questo trepido vivere dei morti» che da incipit della seconda parte di Strada di Creva (Su) diventa incipit di Notizia ultima (Nlf); mettiamo «Armato da sempre contro me stesso» (Nlf A mala pena), che ricalca quasi alla lettera «mi disarma, arma / contro me stesso me» di Paura seconda (Sv), e da cui Benzoni ritaglia pure il memorabile «(Vittorio / Vittorio)» personalizzandolo nell’incipit «“Ferruccio, Ferruccio…» di Notizia d’addio (Sfi). C’è posto per titoli identici come Anni dopo (Su e Ci) o per titoli che ritagliano pari pari tessere interne ai testi del modello, ad esempio Un filo di fedeltà (da Un posto di vacanza, a sua volta da un epigramma di Franco Fortini), Basta con le botte, basta. All’aperto (Nlf, dall’incipit di Interno, Sv), E i volti i volti (Sfi) da «Ma i volti i volti non so dire» di Via Scarlatti eccetera. E ovviamente il rapporto Benzoni-Sereni deve molto al prelievo lessicale.
Il più evidente, evidente come la punta di un iceberg, è quello di parole o di usi particolari di parole rari e marcati, di scarsa o nulla circolazione extra moenia, dunque sereniani senz’altro: come animula (Sv Posto di vacanza iv e Fn I morti amici e Quella rissa); barattare (Su La pietà ingiusta e Sfi I giorni ricontati); cresimando – per entrambi in modalità traslata («con pudore /di cresimandi della storia», Su Nel sonno; «Sorgiva l’acqua della Sorgue / di linda pena cresimanda», Sfi Reperti in limine); il lombardismo e già montaliano gibigianna (Sv Villaggio verticale e Nds In campo azzurro, Sfi L’agnello della notte e Epigrafe II); slontanare («su slontananti acque nere, una notte», Sv A Venezia con Biasion, «Vaga in un mare non ancora / alla vita, slontanandosi, s’agitava d’un niente, Nlf Giovanna); l’iperbolico sterminata di «L’Italia una sterminata domenica» (Su Nel sonno, da cui Fn L’inverno dell’altro ieri); trafittura («Trafitture del mondo che uno porta su sé», su Il male d’Africa, ma v. anche la «fitta di rimorso» di Intervista a un suicida, e in Benzoni «lasciami coricare con una trafittura / o una rabbia», Fn Risvegli; una «trafittura di rimorso» anche nel Luzi di Al fuoco della controversia).
In generale il vocabolario e la semantica della poesia benzoniana sa ritagliare zone emblematiche della varia espressività sereniana. Vanno in questa direzione, per fare due esempi, 1) voci sdrucciole e a prefisso negativo, di effetto letterario e con connotazioni quasi melò: insostenibile («insostenibile adieu», Nlf Nei paraggi di un dio furtivo; «l’insoutenable amour», Fn Senza mittente, < Su Pantomima terrestre); indicibile («l’addio / indicibile», Sfi Ultime a G. < Da Algeria) ); indelebile («Il viola indelebile degli addii» Nfl Inventario < «che più di tutti i colori il più forte / il più indelebile / è il colore del vuoto» Sv Autostrada delle Cisa), ma v. anche, solo benzoniane, inguaribile, irrimediabile ecc. (l’«irrimediabile mio essere figlio», Sfi Il figlio) eccetera. O 2) lemmi che potrei dire della gioia, dello stupore, della vitalità anche esuberante, anche iperbolica, anche violenta e sforzata, v. dunque ravvivare, redivivo, sempreverde, visibilio, accecare («una livida estate acciecante»), bruciare («il guizzo bruciante del gabbiano» Fn Viale dei mille), fiammeggiare, sfolgorare («dai tuoi sfolgoranti dirupi» Nlf Estenuazioni) avvampare («Una sera avvampante di nuvole» Nds Papillote; «e la maturità dei colori avvampando / sovrastando» Fn Occhi di I.M.), irrompere («e il sole a bruciapelo / di un’estate irrompente» Fn Di giugno), rombare e così via. Così Sereni scrivendo proprio a Benzoni: «ben pochi sapranno leggere ciò che nonostante tutto credo vivente dentro di me: l’amore della vita».9
4. Ma poi si prenda il caso seguente:
… ma di lei
sola parlando d’amore, parlavi» (Sfi Città piccola),
e lo si affianchi a questa tournure sereniana:
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
Ho conosciuto che di sé parlando
E ad altri vita chiedendo nel parlare, (Su Saba).
A legare (mi sembra) i due spezzoni non è tanto la concordanza lessicale, il verbo parlare, troppo generico, quanto l’insieme di certi particolari: l’iterazione del verbo principale in poco spazio così da esaltare la variazione polittotica, l’accostamento di gerundio e imperfetto indicativo, l’anastrofe dell’argomento – «di lei parlando» < «di sé parlava». Siamo dunque entrati nell’orbità – più interessante – del simile, dei rapporti intertestuali esorbitanti dalla semplice categoria del prestito: prove di interferenza di langue, effetti che segnalano quanto Sereni abbia – come si dice – ‘salato il sangue’ della scrittura benzoniana.
Qualche caso esemplare. Quando Benzoni scrive «straziando litoti» (Nlf Signora M.) o «le mani troncate come […] due enjambements» (Nlf Giovanna e le civette – sono quelle della madre morta) è – o può essere – sereniano non perché sta citando luoghi precisi del modello e nemmeno per contatti lessicali, ma per l’uso traslato di tecnicismi metrico-retorici come già nel verso «la solita endiadi di cielo e mare» della sereniana Niccolò. L’immagine (iperbolica e dinamica insieme) dell’«uragano […] di lillà» che leggo in Traduzione da una poesia sognata dalla raccolta Fedi nuziali in Sereni non esiste – né il sintagma né i suoi addendi singoli. Però esiste il suo sinonimo, cioè il «diluvio» di «petali e gemme» di Addio Lugano bella in Stella variabile («petali e gemme in diluvio tra montagne / incerte …»), da cui discende più strettamente il «diluvio / di lillà» di Sposalizio d’inverno in Fedi nuziali, e forse anche la «tempesta di gemme» di Queste foglie.
Ancora. L’«ottenebrandomi, / ottenebrando» di La rondine successiva (Sfi) non è tanto un serenismo per un ottenebrare, pur raro, in comune (cfr. «d’acque stagnanti e basse / l’onda s’ottenebrava», Il male d’Africa), ma lo è, e di più, più intensamente e empaticamente, per la figura dei due gerundi accostati asindeticamente e variati per politotto, esattamente come nella sequenza «rasserenandosi rasserenandomi» nel Muro degli Strumenti umani (che ci sia pure la finezza del rapporto antonimico rasserenarsi/ottenebrarsi poco importa). In questo come in molti altri casi, possono coesistere più tipologie di serenismo: il calco-traduzione appena segnalato e qualcosa che assomiglia di più al prestito più o meno adattato. Se infatti allarghiamo il contesto otteniamo «ottenebrandomi, / ottenebrando l’anima cosiddetta», con il sintagma-oggetto che ricalca almeno due momenti di Intervista a un suicida: è cioè un ‘sinonimo’ dell’incipit «L’anima, quello che diciamo l’anima» ed è poi la citazione appena camuffata di la «detta anima, cosiddetta» di qualche verso sotto. Così facendo si riprende un luogo e un oggetto definito ma anche si scava dentro il sistema psicologico generale del modello. Si intercetta e si rifà qualcosa di più e di più esteso e profondo, ovvero un certo atteggiamento mentale, in questo caso la sua scepsi, la sua esitazione, il dubbio, la sua perplessità. Che si manifesta in modi analoghi anche in prosa, v. tra gli altri «i sentimenti cosiddetti eterni» (Per un poeta d’amore, P 620) o «verso la presunta e cosiddetta “vita”» (Per Bartolo Cattafi, P 1998) eccetera. Altre espressioni congeneri in Benzoni: «Ma quella che tu chiami speranza» (Nds In un febbraio) e «Ma quello che chiamano amore» (Fn Gratitudine per Bocca di Magra), «… la / cosiddetta ispirazione» (Fn Quella rissa).
Alla stessa logica imitativa risponde il caso seguente. In un tipo di poesia esistenziale-esperienziale come è quella di Sereni, è centrale la dialettica tra determinato e indeterminato, ovvero tra, da una parte, l’ancoraggio a occasioni reali, realmente consumate, e dunque necessariamente delimitate e localizzabili nello spazio, nel tempo, nell’identità degli attori e, dall’altra, una certa difficoltà o impossibilità a farlo fino in fondo, giusta la fallibilità della memoria e/o l’incertezza dei rapporti io-mondo, e dunque ecco i segnali linguistici della «mimesi della malsicurezza e dell’esitazione»,10 del viraggio verso l’eventuale e il possibile. Benzoni capta e fa suo anche questo aspetto. Quando scrive, ad apertura di strofa, «Maggio poteva essere …» (Nlf Nei paraggi di un dio furtivo) si colloca sulla stessa lunghezza d’onda dei due versi di apertura di Ancora sulla strada di Creva – «Poteva essere lei la nonna morta / non so da quanti anni», oppure di «un fiume che poteva essere il Magra / dove vado d’estate o anche il Tresa» di Un sogno, o del Sereni della prosa Arie del ’53-’55, questo l’incipit:
La città potrebbe essere Milano, non fossero le luci delle funicolari che di notte segnano l’altezza delle colline a settentrione e a oriente. Potrebbe dunque essere Como o Lugano o Locarno, per esempio (P 592).
Sono parte integrante di questo ‘sistema’ i molti non ricordo, i non so:
«E c’era un vento / adesso non ricordo se dalle parti / del Magra o dalle mie» (Fn Momento estivo – incipit); «(non so; ignoro se Ilse avrà preso sonno)» (Fn Risvegli); «ciabattando gli ignari di non so che guerra» (Fn Una mattina di marzo al Sangiorgio
Sereni: «E non so che profondità remota» (Da Belgrado), «non so se soccorrevoli od ostili» (Su Frammenti di una sconfitta); «non so da quanti anni» (Su Ancora sulla strada di Creva); «non so più quando o con chi» (Sv Un posto di vacanza II),
e tutto un ventaglio di espressioni temporali indeterminate e approssimative – in Sereni: «tra le nove / e le dieci di una domenica mattina» (Su Dall’Olandai), in Benzoni un titolo come Verso il venti di Aprile (Nlf) o «E il tempo era di settembre o primissimo ottobre» (Fn Conclusioni di un viaggio); coincidenze come al solito perfette e interessanti insieme: «E un giorno, un giorno o due» (Su Saba) > «un giorno o due» (Sfi Città piccola); «un dieci giorni fa» (Sv Niccolò) > «in un mezzo secolo» (Nfl), «Un venticinque di luglio» (Nlf, Giovanna e le civette, e qui, vista la data in questione, l’indeterminazione funziona come meccanismo nevrotico di difesa, presa di distanza); «ti richiamo sul tardi» (Su Una visita in fabbrica) > «sul tardi» (Nds In campo azzurro; Fn Risvegli).
Un’altra firma sereniana è la personificazione degli astratti, più precisamente dei sentimenti astratti, penso a «amore m’è accanto e amicizia» di Anni dopo con la coda «Dunque ti prego non voltarti amore / e tu resta e difendici amicizia», oppure all’invocazione appassionata nella Malattia dell’olmo «Vienmi vicino, parlami, tenerezza» (ma v. anche già in Frontiera «io non so giovinezza, sopportare / il tuo sguardo d’addio», Piazza). E così fa Benzoni: «Ah, passione, vattene via» (Ci Ah passione), «Troppo un gelo ha incrudelito / per non vederti ovunque, tenerezza» (Nds Troppo un gelo ha incrudelito) oppure – e qui una tangenza precisa con la Malattia dell’olmo è più che probabile – «Caparbia [aria] difendimi» (Nlf L’aria del mattino).
Dunque poesie come palinsesti, ma la massa di citazioni e altra intertestualità non produce alcun effetto distorsivo, né interruzione del continuum. Pur impressionante, il serenismo benzoniano si configura come una «disseminazione di citazioni cancellate ma leggibili ancora», così Fortini,11 dunque con un assorbimento e una fusione quasi naturale della prima e della seconda voce. I serenismi – ha dichiarato l’interessato – formano una «geografia interiore», una mappa «sentimentale», vicini e assieme alla moglie Ilse, al «tailleur azzurro che è irrimediabilmente mia madre», alle «due stanghette in similoro che sono irreparabilmente mio padre», vicini al grande amico Sereni.12 Ha scritto Raboni: «il registro dei maestri e quello degli amici formano praticamente un unico registro, un’unica […] attestazione d’amore».13 Poesie come persone avrebbe potuto dire lo stesso Sereni:
i testi pittorici e poetici […] una volta che ci abbiano impressionati cessano per tutto un lato d’essere modelli, punti di riferimento culturale a noi esterni, per entrare nella nostra cerchia esistenziale né più né meno che come persone» (P 1200).
4.
Un serenismo impressionante, capillare, ampio e compatto dunque. Ma mi chiedo se si possano riconoscere delle direzioni preferenziali, o quale Sereni esca dall’insieme dei serenismi benzoniani. Mi sembra intanto evidente – e non è solo una questione aritmetica, di quantità dei prelievi – che il Sereni di Benzoni sia quello degli ultimi due libri – anche se con alcune limitazioni o correzioni di fondo. La prima mi pare la seguente: che in Benzoni il polo lirico-letterario sia più rappresentato e cercato: di una poesia, quasi nevroticamente direi, «timorosa di non essere in ogni punto ornata […] di eleganza» ha parlato Fortini,14 coazione, direi, meno bellettristica che nevrotica), e più tenuta sotto controllo, limitata, la strada del prosastico e della non-poesia. Mi fa pensare questo il confronto tra le due metriche: quella degli Strumenti umani e di Stella variabile capace anche di aprirsi ai versi lunghissimi quasi da neoavanguardia; quella di Benzoni che invece, salvo eccezioni e in particolare nel primo Notizie dalla solitudine, preferisce tenersi su un versoliberismo ‘tradizionale’, in sostanza fedele alla prosodia di Frontiera, al suo sistema costituito da un insieme, spontaneo ma ben bilanciato, di versi medio brevi e di endecasillabi o viciniori – e Queste foglie, anche da questo punto di vista, con la sua prevalenza di novenari, decasillabi e endecasillabi, è un ottimo esempio della media metrica benzoniana. Beninteso è soprattutto una questione di formula sillabica e di lunghezza, perché poi all’interno di tale perimetro metrico Benzoni – come già si diceva – continua, e anzi moltiplica, quelle rotture del continuum versale del Sereni più spinto: i già segnalati versi a gradino e gli enjambements molto accusati e sforzati, che tagliano il verso e lo sospendono vertiginosamente sui ma, sugli e, sugli o e sui se, su articoli e preposizioni, con effetti di spezzatura strappo asimmetria tanto più accusati quanto più a destra è spostata la pausa che precede l’innesco dell’inarcatura. Ad esempio sequenze così (corsivi miei):
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa (Su Appuntamento a ora insolita)
Subito fuori da Mendrisio, al bivio
Per Varese. «Non ci siamo mai visti, ma
Ci conosciamo, – disse – sono Isella.» (Su Al distributore
Che a me solo sto parlando.
Ma
non serve, non serve. Da solo
non ce la faccio a far giustizia di me. (Sv Paura prima),
che appunto Benzoni recepisce e riproduce:
Ma giovane d’anni un mio io
(semplicemente più ilare…)
faceva da spia a un miraggio
di colpo martoriato acquartierato,
senza pace. E
(con reciproco disoro) mio padre
apparve: … (Nds Intermittenze)
oppure
… gelandosi in un marmo stentoreo – ma
non credere ai miei crepuscoli a
un infortunio d’amore, tu sai
non esiste grazia senza l’orrore (Fn Di giugno),
tra pigiami flosci, rachitici esulanti. E
le ciel est par-dessus … (Sfi Reperti in limite).
Ma per tornare alla differenza tra Benzoni e Sereni, forse l’aspetto decisivo che dimostra una certa definita ‘parzialità’ del serenismo benzoniano è la – piuttosto netta mi sembra – limitazione degli argomenti e in generale degli orizzonti. Da una parte, certo, le schedature restituiscono una serie di temi o parole-tema o motivi inconfondibilmente sereniani: l’amicizia, il tema della domenica o, così Fortini, della «sospensione domenicale dell’esistenza»,15 della primavera, della gioventù. Per quest’ultima ad esempio, così Benzoni nella terza poesia di Notizie dalla solitudine:
L’amore è nulla senza la gioventù – s’illudeva
ai giorni di una sua estate prossima l’amico
sconosciuto (In campo azzurro),
che cita il finale di Mille miglia e fa con Sereni («l’amico / sconosciuto» evidentemente) ciò che Sereni aveva fatto con Saba in Quei bambini che giocano:
«D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l ’amore.»
O penso poi al motivo del bacio16 e al suo opposto (o complementare) della rissa per cui si veda per tutti Quella rissa (Fn), di fatto un «remake»17 del sereniano Sogno degli Strumenti umani (in entrambi la rissa è su un ponte), la quale rissa convive con il motivo iponimo e di nuovo sereniano della boxe, con relativo riuso di una figura e di un lemma come fighter, anzi «il vecchio fighter» (Su Metropoli e Sfi All’amico, ma v. anche Sfi Risvegli).
E tuttavia: Benzoni o il Sereni di Benzoni – giusta anche quel lirismo in più che si è notato – è più privato e sentimentale, più ‘intimo e ‘amoroso’ del Sereni degli Strumenti umani e di Stella variabile. In sintesi: della sua poesia non si può dire ciò che Fortini ha scritto del terzo libro sereniano: «Gli strumenti umani è un libro che può anche essere letto come una raffigurazione della storia italiana – in una certa misura europea»18. Oppure, diversamente e forse: proprio questo, questa assenza di storia pubblica e sociale, può costituire un documento storico, l’indice di quel riflusso nel privato di cui gli anni Ottanta sono il termine post.
Finisco con quattro schede su altrettanti aspetti del serenismo benzoniano.
5.
Titoli. Oltre a quelli già visti segnalo, con ritocchi squisitamente allusivi e manieristici, Una fiamma di rimando (Fn), oppure il titolo di sezione di Nlf Nei paraggi di un dio furtivo, che mutua dall’explicit della Speranza (Su): «nei paraggi della morte». Ancora più sottilmente Giovanna e il tailleur (Nlf) ricalca il sereniano Giovanna e i Beatles, con scambio tra madre e figlia e tra forestierismi. A Bologna con L. (Nds) è l’analogo di A Parma con A.B. (sv) ma anche del non ‘criptato’ A Venezia con Biasion (Sv). Sono un sicuro cartellino indicatore le iniziali puntate nei titoli come Occhi di I. M. (Fn), Ultime a G. o D’Après C. (…) – ma è chiaro che in questi ultimi casi Sereni è un punto che incrocia più rette novecentesche. Spicca infine la tipologia «dove titolo e testo sono sintatticamente continui»,19 che è rara ma presente nella poesia novecentesca italiana, e senz’altro sopra la media negli ultimi due libri di Sereni e soprattutto nell’ultimo. Una lista (credo) completa in Sereni e in Benzoni:
Su: Quei bambini che giocano / un giorno perdoneranno; Sv: Quei tuoi pensieri di calamità // e catastrofe; Toronto sabato sera //e fosse pure la tromba; Sarà la noia / dei giorni lunghi e torridi; Ogni volta che quasi // di soppiatto ripasso da Luino. Ma v. anche nel Musicante di Saint Merry: Queste sono // le desolate cupe settimane, da W.C. Williams These //are the desolate, dark weeks.
Nds: Ma gli amanti come // s’avventano // di penombra in bersò spasimando il mare; Controvento dolcissimamente // dove il fato rimorde; Troppo un gelo ha incrudelito //per non vederti ovunque, tenerezza…; Fn: Allora sarò morto per sempre // ma tu negami se puoi; La sua impronta si perse // E poi una nuvola passando / simulò un’impronta; Sfi Tra la folla // o nella solitudine delle viottole.
Si registra anche la variante in cui l’incipit del testo si connette anaforicamente al titolo:20 v. di Sereni I versi // «Se ne scrivono solo in negativo» e i seguenti di Benzoni che trovo quasi in sequenza in Numi di un lessico figliale: Il mare // «L’ho visto per la prima volta»; Maman // «L’ho vista l’ultima volta al cinema»; Il cappotto // «Il mio?».
6.
Ordo verborum. Intendo ovviamente quello responsabile del lato aulico-lirico della scrittura sereniana, crescente negli ultimi libri quanto più cresce il lato opposto, quello colloquiale e prosastico. Dunque versi memorabili come l’attacco di Mille miglia «A fare il bacio che oggi era nell’aria / quelli non bastano di tutta una vita», dunque in generale le inversioni, il «genitivo latino» tipo «d’uccello tenue strido» (Da Dimitrios) segnalato da Fortini,21 e poi le tradizionali «figure di nobile classicità: iperbati, posizione enfatica dell’aggettivo, allitterazioni», chiasmi ecc.22 E in Benzoni ci possono essere disegni complessi e arzigogoli come il seguente:
Di noi l’agonia è rimasta
là dove tuttavia
d’acqua ravvivi i fiori
pazza in un diluvio (Nlf D’Àpres C.),
che obbliga a non poche ristrutturazioni dell’ordine lineare, che dovrebbe essere “l’agonia di noi è rimasta là, dove tuttavia (tu) ravvivi i fiori in un diluvio d’acqua pazza” (con pazza che tuttavia potrebbe avere un valore avverbiale e riferirsi al tu). Ma c’è un iperbato sereniano preciso, più ‘neoclassico’ di altri, ad esempio «quelli non bastano di tutta una vita» (Su Mille miglia) o «- e questi che ti sorridono amici» (Sv Quei tuoi pensieri di calamità), che piace molto a Benzoni a partire già dalle prime poesie (i corsivi sono miei):
«Ma questo, vorrei chiedergli, riverbero» (Nds In campo azzurro); «Questa (che mi dimora) / vecchiezza» (Sfi Augurandomi requie); E quest’ultimo (che mi concedi) lusso (Sfi Epigrafe II); Quante (arrossendo) nuvole (Sfi La casa sul mare); Questo che ritarda sonno (Sfi Qui non è conforto).
Oppure ho schedato una serie di inversioni in presenza di un gerundio – «dai vetri agitandomi» (Sfi Un sonno), «spergiuri abiurandoci accidiosi» (Fn Senza mittente), «altri dormitori disertando» (Nfl Vecchi domicili), «l’erba radendo» (Nfl Gli adorati Rainer Maria e Paul), modulo che mi pare abbia una presumibile origine da esemplari sereniani del genere di «sempre oro cercando i testardi» (Sv Lavori in corso III) o «una nostra Venezia congetturando» (Sv A Venezia con Biasion)
Ma ci sono poi collocazioni particolari (e minimali) che mi paiono appartenere non tanto al Sereni ‘classico’ e melodico quanto a quello – diciamo così – jazzistico. Questi versi,
tra le scogliere in ombra già (Sv Un posto di vacanza II)
non li solleva una musica più (Sv Un posto di vacanza III)
Passato col loro il suo momento già? (Sv Giovanna e i Beatles)
in sogno con lei precipitando già (Sv La malattia dell’olmo),
così ritmicamente scaleni e dissonanti, sbilanciati a destra per la frustata impressa dal monosillabo forte, (per dire, secondo verso: una ritmica ‘classica’ avrebbe distribuito diversamente il peso della tronca anche rinunciando alla misura endecasillabica, e avrebbe ottenuto qualcosa di più ‘melodico’, ad esempio ‘non più li solleva una musica’), ecco: questi versi e la loro ritmica speciale sono di nuovo ‘capiti’ rabdomanticamente e riprodotti da Benzoni:
con i miei diletti senza sogni più (Nlf Routine)
scarpe di non so quali percorsi più (Sfi Augurandomi requie)
d’eternamente senza ritegno più (Sfi Il muro dopo).
7.
Participi presenti. Già Fortini, introducendo i primissimi testi di Benzoni notava «l’alta percentuale di participi presenti» attribuendone giustamente «un intento esplicitamente “letterario”».23 Anche qui è notevole la capacità di scovare e replicare le suggestioni anche potenziali del modello sereniano, le sue strategie di messa in rilievo e di valorizzazione di questo modo verbale. E dunque ecco, in comune,
1) la possibilità dell’addensamento come in «stillante altra insonnia dai mille soli / d’insonnia luccicante» (Sv Posto di vacanza IV) e «… spasimante primavera la sete / neppure placantesi …» (Fn Föhn); «onde riverberanti amaranto / sul foglio tuttavia fiammante / ma in una premorte / di stremanti derive.» (Nlf Giovanna e le civette);
2) l’uso, decisamente più raro e aulicizzante, della funzione verbale – «tuoni sorvolanti le case» (F Temporale a Salsomaggiore), «campane smemoranti di / fuligginose sere …» (Su Ancora sulla strada di Creva), «nubi d’anime / esalanti-esulanti da camini» (Su La pietà ingiusta), «alle giovani frasche avventantisi ai vetri» (Sv Interno), e «Questo gran vento agonizzante l’estate» (Nds Ma gli amanti come), «un soliloquio o un tarlo reiteranti / il colpo di fulmine di un attimo» (Fn Treni);
3) una giacitura notevole per tipo e frequenza che vede scaricato in rejet il participio, come in «di me, della mia vita / esitante sul mare» (Da Dimitrios), «col suo eloquio / congetturante» (Sv Un posto di vacanza II); «l’onda / rutilante» (ibidem), e «nella luce / sforbiciante del fhon» (Fn Föhn); «l’estate già / diluviante» (Nlf Paternità), «schegge / farneticanti» (Nlf Dietro me stesso);
4) l’investimento su parole iperconnotate, cioè semanticamente intense e rare, preziose o preziosistiche. Solo benzoniane, tra le altre, queste: «i fiocchi / dei lillà bianchi spetalantisi» (Sfi Tra la folla), «vorticanti un mare» (Fn Truffaut, ma vortice e vorticare sono lemmi già di Sereni), «nella luce / sforbiciante del fhön», con sinestesia (Fn Fhön), «sconcianti meraviglie» (Fn Da qui a un’ultima). Di entrambi le seguenti:
Accecante: «a Larissa accecante / la tradotta balcanica» (Sv La poesia è una passione?) > «una livida estate accecante» (Nds A Ilse); fiammante: «al più fiammante vespero» (F In me il tuo ricordo) > «Dei freddi fiori / spettrali eppure fiammanti» (Fn Elegia del congedo); perpetuante: «l’imago perpetuantesi a vuoto» (Sv Altro posto di lavoro) > «una pena /perpetuantesi di cerimonie fruste» (Fn Canzoncina); smemorante: «campane smemoranti» (Su Ancora sulla strada di Creva) > «foglie, lisce solo ieri, smemoranti» (Nds Partendo per il Vaucluse); straziante: «straziante d’abbandoni» (Da Frammenti di una sconfitta) > «… foglie di sé vaghe, strazianti» (Fn Quella rissa); trapassante: «certi trapassanti amari» (Sv In salita) > «in avvisaglie di trapassanti colori» (Nds 17).
8.
Retorica della ripetizione. Inutile ricordare come Sereni, e proprio quello degli ultimi due libri, sia il poeta della iterazione e della specularità.24 Sarà pertanto scontato ritrovare il fenomeno – in tutto il suo campionario – in Benzoni. Mi limito a segnalare le concordanze della tipologia più spiccante e in fondo più serenianamente esclusiva come è quella della ripetizione a contatto. Le geminationes sereniane come «Ma i volti i volti non so dire» (Via Scarlatti), «e trova che nulla nulla è veramente mutato», «salutando salutando» (entrambi in Ancora sulla strada di Zenna) e così via (ma cfr. ovviamente lo studio di Mengaldo citato) trovano i loro corrispettivi benzoniani in «e ridevano, ah ridevano» (Fn Risvegli); «E tace tace» (ibidem) «s’aggirano s’aggirano» (Nlf Compagni), «(pianissimo piano)» (Nlf A Fortini); «non finiva mai /non finiva mai» (Nfl Dopo l’ira) «Oh vento vento» (Sfi Facendo giorno); «visino visino» (Sfi Dell’età breve) eccetera.
Non mancano i contatti ravvicinati, le citazioni. Il finale della prosa Metastasi sepolcrali di Numi di un lessico figliale (titolo a sua volta mutuato da «metastasi fluviale» di Un posto di vacanza VI), «Ma ero io, ero io il voyeur», rifà il finale di In salita di Stella variabile – «Ma ero /io il trapassante, ero io, /perplesso non propriamente amaro». Ancora da finale a finale, con geminatio enfatica e ritardante: «ma altrove, ma molto molto lontano da qui (su La poesia è una passione) > «molto / molto prossimi al mare» (nlf Al mio amore). Ma il caso più interessante ha origine dall’«“Addio addio ripetono le piante. / Addio anche a me … » di A un compagno d’infanzia, dal quale discendono almeno più variazioni sul tema, almeno tre episodi notevoli di imitatio.
1) C’è la versione francese, che incorpora pure la suggestione dell’explicit di Zone del serenianissimo Apollinaire («Adieu Adieu / Soleil cou coupé»:
E un adieu adieu (Nds Papillote),
Quel giorno un primo
timidissimo cocente poi
insostenibile adieu
adieu (Nlf Nei paraggi di un dio furtivo),
e nel secondo esempio Benzoni, separando appena, millimetricamente, con la figura del verso a gradino gli adieu, si procura un effetto di eco, di pausa o esitazione, una modulazione di tono e volume: «indica con delicata precisione l’abbassarsi della voce, lo spegnersi della parola in sussurro» come ha scritto Mengaldo per il memorabile – e analogo al nostro caso – «Vittorio / Vittorio» di Paura seconda.25
2) C’è poi il caso in cui non è l’addio a ripetersi ma un suo subordinato:
I nostri i nostri i nostri
addii poi disattesi
da un bacio volgarissimo
come una blusa gialla (nlf, Faccia da clown).
E infine 3), c’è la copia esatta dell’«Addio addio» sereniano, la quale trova posto, iperconnotandosi, nel testo più intenso, complesso e splendidamente cupo, dedicato alla morte della madre, Giovanna e le civette di Numi di un lessico figliale, vv. 17-24:
Platani pettinati a rovescio
onde riverberanti amaranto
sul foglio tuttavia fiammante
ma in una premorte
di stremanti derive.
Due barche in panna immobilmente nere,
due barche in panna in mezzo all’infinito.
Addio addio
dove la geminatio giunge al termine di una sequenza densa di serenismi a partire dallo stesso motivo – petrarchesco-sereniano – della natura lacrimosa e partecipe, pietosa. Ed esplicitando: non «platani» ma «pioppi» «pettinati a rovescio» sono in Un posto di vacanza V (il «trascorrente argento / di chioma in chioma dei pioppi pettinati a rovescio»); l’«amaranto» è il luttuoso «alone amaranto» della luttosa Niccolò – e i due versi in corsivo escono da una poesia delle Myricae pascoliane: il cui titolo, Dalla spiaggia, potrebbe essere in fondo un ennesimo serenismo, un serenismo – diciamo così – ‘di sponda’.
* Do le sigle che ho usato per le raccolte di Ferruccio Benzoni. Nds = Notizie dalla solitudine, Genova, San Marco dei Giustiniani, 1986; Fn = Fedi nuziali, Milano, Scheiwiller, 1991; Nlf = Numi di un lessico figliale, Venezia, Marsilio, 1995; Sfi = Sguardo dalla finestra d’inverno, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1998; Ci = Canzoniere infimo e altri versi, a cura di D. Isella, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2004. Per Vittorio Sereni: F = Frontiera; Da = Diario di Algeria; Su = Gli strumenti umani; Sv = Stella variabile (in V. Sereni, Poesie, Edizione critica a cura di D. Isella, Milano, Mondadori, 1995). Con P siglo le prose sereniane lette in V. Sereni, Poesie e prose, a cura di G[iulia] Raboni, Milano, Mondadori, 2013 e così viacome due asfodeli» le mani giunte della madre morta 004Gli strumenti umani; sv = Stella variabile. e così viacome due asfodeli» le mani giunte della madre morta 004Gli strumenti umani; sv = Stella variabile e così viacome due asfodeli» le mani giunte della madre morta 004Gli strumenti umani; sv = Stella variabile
1 Rispettivamente in La poesia e la critica, intervista a P.V. Mengaldo di P. Valduga, in «Poesia» gennaio 1988; F. Fortini, Introduzione a F. Benzoni, Da Canzoniere infimo: quattordici poesie e una prosa, in «Almanacco dello specchio», n. 11 (1983), si cita da Postumo a me stesso. Ferruccio Benzoni tra vita e poesia, a cura dell’Associazione Ferruccio Benzoni, Bologna, Pàtron, 2004, pp. 131-134: 131; F. Bandini Dalla crisalide-Sereni alla farfalla-Benzoni, in Postumo, cit., pp. 57-60.
2 In F. e così viacome due asfodeli» le mani giunte della madre morta 004Gli strumenti umani; sv = Stella variabile Napoli., Novecento prossimo venturo. Conversazioni critiche sulla poesia (Carifi, Conte, Cucchi, D’Elia, De Angelis, Magrelli, Mussapi, Viviani), Jaca Book, Milano, 2005, p. 66.
3 G. Raboni, Introduzione a Postumo, cit., p. 8.
4 Per il serenismo benzoniano cfr. soprattutto gli studi raccolti in Postumo, cit.: R. Galaverni, Benzoni e le orfanità della poesia; P. Maccari, Primo e ultimo Benzoni; P. Zublena, La “chambre verte” del feticista. Francesismi nella poesia di Ferruccio Benzoni. V. anche R. Zucco, Fedi nuziali. Appunti sullo stile di Benzoni, in Per Ferruccio Benzoni. Studi e testi, a cura di S. Santucci, Lugo, Edizioni del bradipo, 1995, pp. 90-94.
5 Raboni, Introduzione, cit., p. 9.
6 Cfr. R. Zucco, “Fedi nuziali”, cit., p. 92.
7 G. Lonardi, Introduzione a V. Sereni, Il grande amico. Poesie 1935-1981, commento di L. Lenzini, Milano, Rizzoli, 1990, pp. 5-25: 20
8 M. Boero, La grana della voce. Ritmo e intonazione negli “Strumenti umani”, in «Stilistica e metrica italiana», 6 (2006), pp. 177-198: 180.
9La lettera, datata 12 febbraio 1982, si legge in Postumo, cit., p. 158.
10 F. Fortini, Saggi italiani, Milano, Garzanti, 1987, p. 172.
11 F. Fortini, Presentazione a F. Benzoni, Notizie , cit. p. 135leea F. Benzoni, 95, di BenzoniFerruccio Benzoni. Galaverni ni o caso attivazione e compilazioni dalla solitudine, cit., si cita da Postumo, cit. pp. 134-137: 134.
12 Intervista a Ferruccio Benzoni di G. Zani, in Postumo, cit., pp. 163-166: 165.
13 Raboni, Introduzione, cit., p. 8.
14 Fortini, Introduzione a F. Benzoni, Da Canzoniere infimo, cit., p. 132.
15 Fortini, Saggi italiani, cit, p. 178.
16 Cfr. «un bacio volgarissimo», Nfl Faccia da clowni; «un bacio / memorabile» Nfl Dormitorio; «e i baci, / quelli di una vita. », Sfi Reperti in limine, eccetera.
17 P. Zublena, Ferruccio Benzoni, in Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, a cura di Giancarlo. Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimo Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli, Paolo Zublena, Roma Sossella, 2005, pp. 401-404: 402.
18 Fortini, Saggi italiani, cit. p. 178.
19 P.V. Mengaldo, Titoli poetici novecenteschi, in Id., La tradizione del Novecento. Terza serie, Torino, Einaudi, 1991, pp. 3-26: 20-21.
20 Ivi, p. 22.
21 Fortini, Saggi italiani, cit. p. 126.
22 G[iulia] Raboni, Nota introduttiva, in V. Sereni, Poesie e prose, cit., pp. 5-48: 35.
23 Fortini, Introduzione a F. Benzoni, Da Canzoniere infimo, cit., p. 131.
24 Cfr. soprattutto P.V. Mengaldo, Iterazione e specularità in Sereni, in Id., Per Vittorio Sereni, Torino, Aragno, 2013, pp. 109-149.
25 P.V. Mengaldo, Ricordo di Vittorio Sereni, in Id., Per Vittorio Sereni, cit., pp. 3-27: 19.



